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Padre Tom: «Ho pregato per i miei rapitori»

Il sacerdote salesiano racconta i 18 mesi di prigionia in Yemen: «La preghiera è stata la mia consolazione». Papa Francesco, incontrandolo, gli ha baciato le mani: «Mi sento indegno»

Visibilmente dimagrito e debole nel fisico, ma animato da una forza spirituale intatta: così si è presentato ai giornalisti sabato 16 settembre, al Centro “Salesianum” di via della Pisana, padre Tom Uzhunnalil, il salesiano missionario indiano rapito il 4 marzo dello scorso anno in Yemen e liberato il 12 settembre. «Dio ha usato tante persone per rendere possibile questo giorno – ha esordito il religioso – ed io sapevo che nulla di male mi sarebbe accaduto se quella era la Sua volontà».

Prima di raccontare la sua prigionia, padre Tom ha rivolto, visibilmente commosso, un saluto fraterno a un gruppo di Missionarie della Carità presenti: proprio con le suore di Madre Teresa di Calcutta operava in Yemen, in un servizio di assistenza spirituale ad Aden, dove in un violento attacco terroristico furono trucidate quattro di loro e dodici altre persone della struttura di accoglienza. Solo due sopravvisuti: Suor Sally, la superiora che ha poi raccontato l’attacco, e lui, padre Tom.

«Ho pregato sempre – ha raccontato – per tutti: il Papa, le suore morte, la mia famiglia, coloro che sapevo avrebbero pregato per me, anche per i rapitori; pregavo ogni mattino ed ogni sera: Dio è stata la mia consolazione». Con una lucidità mentale forte e una serenità che don Angel Fernandes Artime, Rettore maggiore dei Salesiani, ha definito «un vero dono del cielo», il missionario salesiano ha ricordato: «Quando ero solo nella stanza celebravo Messa spiritualmente. Alcune volte anche con le specie perché mi avevano messo nel bagagliaio con il tabernacolo, rimosso dalla cappella dove mi avevano prelevato, e avevo potuto prendere cinque o sei ostie che erano lì». Sui dettagli del rilascio non sono stati forniti elementi «poiché – ha precisato padre Artime – non li conosciamo. È certo che la liberazione e la consegna sono avvenute attraverso un operatore umanitario, in comunicazione e connessione con il Sultanato di Oman».

Da parte sua, padre Uzhunnalil ha ripercorso gli spostamenti effettuati nel corso di questi diciotto mesi, attraverso tre differenti località che non sarebbe in grado di riconoscere. Sulle ragioni del rapimento, sul quale restano ancora molti punti oscuri, padre Tom non ha saputo rispondere: «Per tentare di avere soldi, forse. Ci sono molti gruppi che fanno cose del genere per soldi. Oppure perché sono indiano. Non so, davvero». Ha specificato di non essere mai stato maltrattato e che i rapitori hanno provveduto a lui non solo con cibo ma anche «dandomi le medicine che mi servono per il diabete. Grazie alle 230 compresse che avevo a disposizione riuscivo a tenere il conto dei giorni che passavano».

Infine, il racconto degli ultimi giorni di prigionia e della liberazione con l’arrivo a Roma, i primi check up e l’incontro con Papa Francesco: «Non lo avevo mai visto, forse devo ringraziare questa vicenda per aver potuto incontrare il vicario di Cristo – ha concluso padre Tom -. Il Papa mi ha baciato le mani, io mi sento indegno».

 

18 settembre 2017