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“Paesaggi contaminati”, Pollack e le ferite del ‘900

Dallo scrittore austriaco, una nuova geografia della memoria che dimostra come certe ferite non possono essere rimarginate in una sola generazione

Nel libro dello scrittore austriaco, una nuova “geografia della memoria”, che dimostra fino a che punto certe ferite non possono essere rimarginate in una sola generazione

Martin Pollack, nato nel 1944 a Bad Hall, in Austria, è uno che marca il terreno. Vuole dimostrare che, soprattutto nel vecchio continente, non esistono zone franche, illese, prive di scorie e frantumi bellici: guerre e massacri hanno lasciato il segno. Ha qualche difficoltà ad accettare l’idea dell’oblio, della dimenticanza, della smemoratezza. Al contrario, crede fermamente nella necessità di ricordare gli eventi malvagi, distruttivi, quelli che gettano ombre sul nostro passato e orientano il modo in cui guardiamo il paesaggio. Magari, senza saperlo, sotto l’orto dove coltiviamo pomodori, ci sono i resti di una fossa comune. In Ucraina, Romania, Bielorussia, Polonia, Austria e Slovenia, durante la seconda guerra mondiale, avvennero omicidi su scala industriale le cui conseguenze furono nascoste dai responsabili. Così oggi chi attraversa quelle nazioni è come se camminasse su un grande sepolcreto.

Figlio di un nazista ucciso mentre cercava di fuggire oltre i confini del Brennero, questo scrittore sente sulla propria pelle tutta l’infamia del ventesimo secolo, come se non riuscisse ad ammettere di essere egli stesso il frutto di un trauma. Forse proprio a causa di tale dolorosa consapevolezza, in un libro prezioso intitolato “Paesaggi contaminati” (Keller, pp. 138, traduzione di Melissa Maggioni, 14 euro), Pollack, teso a tracciare una nuova mappa della memoria in Europa, mentre descrive gli scempi compiuti in Unione Sovietica dagli invasori hitleriani, oltre che dalle truppe russe in Polonia,  a un certo punto lascia filtrare un’informazione essenziale: «Nella documentazione del processo contro un capo del comando speciale 7A dell’Einsatzgruppe B, che in seguito assunse mio padre, ho trovato le dichiarazioni di un poliziotto militare tedesco che osservò una fucilazione di massa di ebrei e zingari nei pressi della città russa Klincy…». La frase parentetica relativa al genitore scomparso assomiglia al tronco bruciato in salotto e risulta assai più sorprendente della forchetta delle Waffen-SS che l’autore racconta di aver ritrovato nel giardino di casa.

In un testo costellato di nomi tragicamente noti, da Babij Jar ad Auschwitz, da Katyn a Belzec, insieme ad altri meno conosciuti, dove si consumarono i delitti più efferati nel cuore di tenebra del Novecento, quell’allusione rapida e concisa dimostra fino a che punto certe ferite non possono essere rimarginate in una sola generazione. Scrive Pollack: «Una volta che sappiamo che cosa è successo in un posto, lo percepiamo diversamente». Secondo Günter Anders, filosofo che s’interrogò sullo sterminio, i luoghi dove accaddero eventi catastrofici come i campi di concentramento o le esplosioni atomiche diventano, prima o poi, «terreni consacrati», avvicinabili solo con categorie sataniche. Se fosse così noi, venuti dopo, saremmo chiamati a renderli universali. È quello che ha fatto Martin Pollack, forse dopo aver lacerato qualcosa anche dentro se stesso.

23 maggio 2016