Pakistan, cristiani impauriti dopo la “Settimana di violenza”

Pakistan, cristiani impauriti dopo la “Settimana di violenza”

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Una bomba esplode nel santuario islamico a Sehwan. Padre Inayat Bernard: «Il governo non riesce a garantirci sicurezza»

«Condanniamo questa violenza insensata che colpisce esseri umani innocenti. Prima di qualsiasi connotazione etnica, culturale o religiosa, le vittime sono esseri umani. La gente in Pakistan è prima di tutto triste e addolorata; poi è adirata con le istituzioni che non sono in grado di proteggere i cittadini. Infine si sente fragile, vulnerabile, indifesa di fronte alla minaccia terrorista che non risparmia nessuno»: lo dice all’Agenzia Fides padre Inayat Bernard, Direttore del Seminario Santa Maria a Lahore, interpellato su quella che è stata definita una “Settimana di violenza terrorista” che ha sconvolto il Pakistan.

Dopo la strage del 13 febbraio a Lahore (13 morti e oltre 100 feriti), ieri una bomba è esplosa in un santuario islamico sufi a Sehwan, nei pressi di Karachi, uccidendo 80 fedeli intenti pregare, tra i quali 20 bambini, mentre altri attentati si sono registrati a Quetta e Peshawar. «Oggi sappiamo di essere tutti dei potenziali obiettivi. Anche noi cristiani lo siamo – rileva padre Bernard – nessuno è escluso. Le vittime di questi ultimi attentati sono tutte musulmane, domani potrebbero essere cristiane, indù o sikh. Questa violenza indiscriminata colpisce anche i luoghi di culto, come la moschea sufi a Karachi, o le chiese in passato. Le comunità religiose sono costrette ad adottare proprie misure di sicurezza e a non fare affidamento solo sul governo. I controlli devono essere più stretti, ma è molto difficile quando vi è grande afflusso di fedeli».

Padre Bernard continua: «Questa violenza profana il nome di Dio, profana l’islam e usa la religione per cercare di sovvertire lo stato. L’opinione pubblica chiede con forza al governo di attuare con urgenza il piano di azione nazionale contro il terrorismo, già delineato, ma si vede una certa titubanza del governo e questo fa nascere nella gente molti interrogativi sulle possibili connessioni esistenti anche negli apparati istituzionali. Siamo in una impasse».

I battezzati in Pakistan, meno del 2% della popolazione, «oggi possono solo pregare e mostrare profonda empatia e solidarietà», dice il Direttore, e conclude. «Abbiamo portato le nostre condoglianze alla polizia, dopo la strage di Lahore; andiamo negli ospedali a offrire assistenza e solidarietà ai feriti. Inoltre stiamo organizzando degli incontri interreligiosi in cui i fedeli di tutte le comunità religiose accenderanno insieme ceri e pregheranno per rifiutare, proprio in nome di Dio, il terrorismo stragista che insanguina la nostra amata nazione, e dire sì alla pace e al rispetto della vita».

17 febbraio 2017