Palestina: quando le comboniane decisero di “saltare” il muro

Palestina: quando le comboniane decisero di “saltare” il muro

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A Focus Medio Oriente, suor Alicia racconta la sua esperienza in Betania: «In pochi giorni il nostro istituto si è ritrovato in territorio israeliano» 

Muri e “muslim ban” non sono solo di Trump: «Da quando è in carica il nuovo presidente Usa, anche Israele ha ricominciato» spiega suor Alicia. Tra lo stato ebraico e la Palestina, sul confine marcato da un muro che si estende per 700 km, la situazione è precipitata. Missionaria comboniana, suor Alicia Vacas abita in Betania, non lontano da Gerusalemme. Offre il suo aiuto alle comunità beduine Jahalin nel deserto della Giudea. La sua storia è arrivata giovedì sera a Roma grazie all’incontro organizzato dalla Caritas diocesana, ultimo del ciclo Focus Medio Oriente, con la moderazione di Francesca Baldini, giornalista di Radiopiù, e Oliviero Bettinelli, responsabile Area pace e mondialità della Caritas diocesana. «Stasera vi voglio raccontare tre cose – ha esordito la comboniana – il muro, gli insediamenti e i beduini».

Nel 2002, ha raccontato, Israele
ha costruito un muro che dovrebbe sovrapporsi alla linea di confine israelo-palestinese, ma non è così. Il tracciato viene costantemente ridisegnato per guadagnare terreno. La suora, arrivata nel 2008, lo ha visto con i suoi occhi: «A volte basta lo spostamento di un check-point per cambiare Stato. Il muro incombe sul nostro istituto. Fino al 2009 avevamo un cancello in area palestinese, dopo c’è stato un piccolo spostamento, e adesso facciamo parte di Israele». La storia, continua, «ridicola quanto tragica. Il muro ha spaccato le famiglie. Inoltre l’ospedale di zona è nella parte israeliana e per accedere servono il passaporto e un permesso speciali. Per partorire in ospedale bisogna chiedere il permesso tre giorni prima; un permesso che dura solo 24 ore».

Le missionarie organizzavano esercizi spirituali, incontri di preghiera e insegnavano: «Facevamo scuola ai bambini palestinesi. Quando siamo ricaduti nella parte israeliana abbiamo iniziato a farli entrare con un permesso e la guardia dei militari da un foro nel muro». Il primo anno i genitori hanno continuato ad accompagnare i bambini, poi sempre meno, finché la scuola ha smesso di funzionare. Le suore non si sono arrese: «A quel punto abbiamo capito che dovevamo passare dall’altra parte». Insieme a una consorella, suor Alicia è andata ad abitare in una palazzina proprio di fronte all’istituto principale, con in mezzo il muro. Anche oltre il confine però, gli israeliani non lasciano vivere pacificamente i palestinesi: «Nel deserto abitavano i beduini. Piano piano sono sorte degli insediamenti israeliani. Gli ebrei ha occupato l’area costruendo città sempre più grandi, mentre i beduini sono andati a vivere ai margini».

Per questo le comboniane hanno deciso di mettersi a loro servizio: «Mancava tutto, elettricità, acqua, ma quando gli abbiamo chiesto di cosa avessero bisogno ci hanno risposto che volevano una scuola». Israele però, che reputa l’area strategica, ha vietato di costruire nuovi edifici: «È così che è nata la scuola di gomme». Nel 2009 la Ong Vento di Terra ha ideato un escamotage, tirare su, senza cemento e fondamenta, una struttura realizzata con i copertoni pieni di terra pressata dove permettere ai bambini beduini della tribu Jahalin di studiare: «Siamo riusciti a entrare in contatto con loro – rimarca la comboniana – grazie ai “Rabbini per i diritti umani”, soprattutto grazie al rabbino Jeremy Milgrom».

La collaborazione con la comunità israeliana resta importante. Suor Alicia opera anche con l’associazione israeliana Medici per i diritti umani e ricorda che molti altri israeliani non accettano questa situazione. La scuola è nel mirino delle autorità, ma grazie ai rabbini e all’attenzione internazionale, resiste. La costruzione inoltre ha fatto da scudo a tutto il villaggio Kahn Al Amer. Di recente però le autorità hanno comunicato che avrebbero demolito tutto il 12 marzo. Per il momento così non è stato: «Ci aspettiamo che accada all’improvviso, alle 4 del mattino, un giorno di festa, quando le sedi internazionali sono chiuse e non ci sono giornalisti» commenta suor Alicia. I beduini per ora restano lì: «Una volta un anziano Jahalin mi disse: che deserto sarebbe senza beduini?».

17 marzo 2017