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Paolo VI e gli artisti, la nascita di una «dottrina estetica»

Inaugurata nella sale del Braccio di Carlo Magno un’esposizione, visitabile gratuitamente fino al 15 novembre, che raccoglie le opere più significative frutto del rapporto tra Papa Montini e gli artisti. A cominciare dall’incontro del maggio 1964, nella Cappella Sistina

A meno di un anno dalla sua elezione, Paolo VI convoca il 7 maggio del 1964 il mondo dell’arte in Sistina e rivolge ai presenti un discorso colloquiale che denuncia il divorzio consumatosi tra l’arte e la fede, non risparmiando colpe alla stessa Chiesa: «Vi abbiamo imposto come canone primo l’imitazione, a voi che siete creatori, sempre vivaci di mille idee e di mille novità… Vi abbiamo peggio trattati, siamo ricorsi ai surrogati, all’oleografia, all’opera d’arte di pochi pregi e di poca spesa. Siamo andati anche noi per vicoli traversi, dove l’arte e la bellezza – e ciò che è peggio per noi – il culto di Dio sono stati male serviti». Un dialogo incrinatosi, se non spezzato del tutto, quando in realtà artista e credente volgono lo sguardo allo stesso orizzonte, nel tentativo di «carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e rivestirli di parola, di colori, di forme e di accessibilità». Parole che risulteranno fondanti per la nascita della Collezione d’arte religiosa moderna (ora Collezione d’arte contemporanea) parte, sin dal 1973, dei Musei Vaticani, e alla composizione della quale aveva contribuito monsignor Pasquale Macchi, segretario personale del pontefice, attestando finalmente la possibilità di un superamento «di una tragica assenza, del bisogno insopprimibile di qualcosa, anzi di Qualcuno che dia senso all’effimero, all’altrimenti agitarsi nel tempo e nello spazio di questo mondo finito».

A dare merito a Papa Montini di quest’opera ambiziosa, ieri, giovedì 16 ottobre è stata inaugurata la mostra “Paolo VI e gli artisti. Siete i custodi della bellezza nel mondo”. Allestita nelle monumentali sale del Braccio di Carlo Magno (visitabile gratuitamente fino al 15 novembre), l’idea della mostra, spiega Francesca Boschetti, curatrice dell’esposizione, è quella di «puntare l’attenzione sul rapporto privilegiato di Paolo VI col mondo dell’arte e degli artisti e di offrirne una visione certamente non esaustiva ma il più possibile ampia e variegata». Il dialogo che Paolo VI stabilisce durante il pontificato con gli artisti è di quelli che durano una vita: «Alcuni vengono da lui coinvolti direttamente o prendono parte ad iniziative in suo onore – puntualizza la curatrice -, vivendo così da vicino il dipanarsi della storia montiniana».

Diverse opere in mostra recano sui margini parole di gratitudine, di rispetto, talvolta di affetto: dediche che raccontano la straordinarietà del rapporto che molti di loro sentivano di avere stabilito con Papa Montini e che lasciano intravedere in filigrana l’estensione della rete di relazioni da lui intrecciate con la cultura contemporanea. Tra queste testimonianze spiccano il volume illustrato da Joan Mirò del “Càntic del Sol” di San Francesco, il “Cristo coronato di spine” del pittore armeno Gregorio Sciltian, e la sanguigna “Le songe de Jacob” di Marc Chagall, artista tra i favoriti di Paolo VI.

«Temperamento riflessivo e tendenzialmente pessimista, Giovanni Battista Montini – racconta Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani – sapeva che ricomporre il divorzio fra arte e Chiesa era impresa ardua, al limite della temerarietà e tuttavia riteneva, da intellettuale e da pastore, che l’azzardo andasse tentato, che il cattolicesimo non poteva sottrarsi al confronto con la realtà artistica del nostro tempo». In quel discorso del ’64, Paolo VI elabora e propone una «dottrina estetica» destinata a rimanere «una delle pagine più alte nella storia del cattolicesimo novecentesco». Per il pontefice, conclude Paolucci, «l’artista è infatti chiamato a rendere visibile, nella pienezza della sua libertà espressiva e quindi nell’esercizio della sua spontaneità di “creatore”, ciò che è trascendente, inesprimibile, “ineffabile”».

17 ottobre 2014