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Pellegrinaggio a Lourdes: l’omelia del vicario De Donatis alla Messa internazionale

Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata dal vicario generale della diocesi Angelo De Donatis durante la Messa internazionale presieduta a Lourdes il 30 agosto 2017 in occasione del pellegrinaggio diocesano

Per amare Gesù con il cuore di Maria sua Madre dobbiamo prima di tutto sapere perché Dio ha amato Maria, perché ha posato lo sguardo su di Lei. Ella stessa ce lo dice: «ha guardato l’umiltà della sua serva». L’umiltà è la più grande caratteristica di Maria. Perfino Lutero lo aveva capito e sottolineato. Nel testo biblico il termine greco dice piccolezza, bassezza. Un primo significato è sicuramente sociologico: Maria non era una vip, ma una donna Galilea che tirava avanti cercando di farsi una vita dignitosa nella fedeltà alla Legge. Anche il suo nome era ordinario (era diffusissimo allora). Tra l’altro non era un nome eroico: Giuseppe aveva il nome del grande patriarca figlio di Giacobbe, Gesù è contrazione di Giosuè il grande condottiero di Israele.

E Maria? Niente glorie del passato. Anzi, la Maria più famosa era la sorella di Mosè che non era proprio una santa: una chiacchierona che calunniava il fratello. Maria non era speciale, però era unica. Noi dobbiamo fare questa scoperta, una vera conversione: smettiamo di fare gli speciali, e scopriamoci unici davanti a Dio. L’umiltà di cui parla il Magnificat va anche riferito alla beatitudine della povertà: beati i poveri in spirito perché di essi è il Regno! Chi erano questi poveri al tempo di Gesù? Coloro che non potevano avanzare diritti ma vivevano per la bontà del datore di lavoro. Poveri erano i contadini a giornata, braccianti precari a vita. I poveri in spirito sono coloro che decidono di farsi precari davanti a Dio, cioè di dipendere ogni giorno da Lui senza avanzare pretese. I poveri del vangelo sono quelli che implorano «dacci oggi il nostro pane quotidiano».

Maria è umile dunque non solo perché non è speciale ma anche e soprattutto perché ha scelto Lei di dipendere dal Padre e di non avanzare pretese verso il Figlio. Per questo motivo il cielo l’ha amata: Ella era spiritualmente una precaria senza rivendicazioni. Sant’Agostino scriveva che per fare il cristiano sul serio ci vogliono tre virtù: «primo, l’umiltà, secondo, l’umiltà, terzo l’umiltà». Sempre l’umiltà, o se volete, tre ambiti di umiltà. Quali? Verso l’io, il prossimo, la storia (abbiamo già visto l’umiltà di Maria verso l’Altissimo).

Prima di tutto l’umiltà verso se stessi: non siamo supereroi e non possiamo violentare la vita costringendoci di essere all’altezza di risolvere tutti i problemi; mancanza di umiltà verso se stessi è anche intristirsi sognando stili di vita che non possiamo permetterci. Dire quello che siamo – e non quello che pretendiamo di essere – è umiltà. Siamo delle creature: confessiamolo. Siamo giustamente abituati a confessare i peccati. Ma impariamo anche a dire «sono solo una creatura».

Poi c’è l’umiltà verso il prossimo che è tanto grande: significa smettere di manipolare gli altri. Se io sono creatura anche l’altro ha il diritto di esserlo. Gli altri non esistono per diventare come li vogliamo noi. Il grande comandamento «ama il tuo prossimo come te stesso» va proprio in questa direzione. Il suo significato letterale è infatti «riconosci agli altri gli stessi diritti che hai tu». Gli altri hanno diritto di sbagliare, di arrabbiarsi, di ammalarsi.

Infine l’umiltà verso la storia. La storia non è il palcoscenico del mio personale eroismo, ma della santità di Dio. Essa contiene il racconto della Sua fedeltà nei nostri confronti. Spesso invece la maltrattiamo con il vittimismo (la vita non mi ha dato questo e questo…) o la lamentela (dovevo fare strada io, e non questo, quest’altro buono a nulla): Maria né si lamenta né è vittima. Sta dritta in piedi sotto la croce.

L’umiltà che piace a Dio, che lo fa innamorare della creatura, è associata nel Magnificat ad un altro termine: “serva”. Ha guardato l’umiltà della sua serva. Maria si attribuisce questo titolo «serva». Eccomi sono la serva del Signore. Nella Bibbia questo termine – riferito agli amici di Dio – non ha un significato dispregiativo: pensate al servo di Isaia che è eletto da Dio. Oppure ad un amministratore delegato di una grande casa (shalià in ebraico): anch’egli nella Bibbia è detto servo.

Attualizzando allora il servo è «la persona di fiducia» non un burattino senza testa. Maria è serva in questo senso: è la donna di fiducia di Dio. Dio si fida di Maria proprio perché e umile. L’arroganza non ispira fiducia, l’umiltà di chi vive nella verità sì. Questa alleanza tra umiltà e affidabilità la troviamo nell’ultimo episodio del vangelo di Giovanni: il Risorto chiede a Pietro: «mi ami tu più di costoro?» e Pietro risponde con umile verità: «Lo sai tu Signore come e quanto ti amo, tu conosci il mio tradimento e il mio amore».

Questo realistico sentire di sé fa sì che Cristo scelga Pietro come l’uomo di fiducia: «Pasci le mie pecorelle». Pensate nella nostra cultura come sono diverse le cose: per noi un leader forte è uno che sa il fatto suo, che non sbaglia mai, che mostra i muscoli. Nella Chiesa il vero cristiano affidabile e chi si confessa peccatore, chi non finge, chi parla senza problemi della sua pochezza. «Quando sono debole, allora sono forte» scrive Paolo ai Corinzi. Per servire il Signore ed essere suoi affidabili amici specializziamoci in umiltà. Essa è la più grande competenza per lavorare nel Regno.

 

 

4 settembre 2017