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Pellegrinaggio a Lourdes: omelia del vicario De Donatis alla Messa della Riconciliazione

Pubblichiamo l’omelia pronunciata dal vicario generale della diocesi Angelo De Donatis durante la Messa della Riconciliazione presieduta a Lourdes il 29 agosto 2017 in occasione del pellegrinaggio diocesano

 

Siamo qui ai piedi di Maria per un motivo grande: non solo perché ci sentiamo protetti, o perché fa le grazie, le guarigioni. Tutto questo è vero e Nostra Madre desidera accontentarci presso il Signore perché il Figlio le ha chiesto di occuparsi di noi. Ma il motivo fondamentale per cui siamo a Lourdes è perché duemila anni fa una donna è diventata la Madre di Dio. Cosa significa? Una cosa grande e inconcepibile dalla mente umana: se Maria non avesse detto “sì” all’Angelo nella sua casa di Nazareth, la nostra vita risulterebbe un “no”; sarebbe rimasta una serie di “no”, di desideri abortiti.

Avremmo continuato a cercare Dio a tentoni senza mai trovarlo. Accettando la proposta di Dio Maria ha fatto sì che il Logos rifacesse amicizia col Caos dell’uomo. Umano e Divino sono ridiventati – come in Eden – amici: la terra è fatta per il cielo, e il cielo per la terra. Allora siamo qui perché in Maria capiamo bene – anche se non lo sappiamo esprimere – che tutto quello che ho nel cuore, tutto il mio caos, quello che ho lasciato a Roma, è il luogo dove io e il cielo facciamo amicizia. Stare ai piedi di Maria comporta sposare nuovamente se stessi e la realtà: non la mia parte migliore e basta. Ma – come diceva San Macario il Grande – dobbiamo avere un occhio umile e benevolo sia per il bene che è in noi sia per le zone ancora affascinate dal male, dalla contraddizione.

La Madre di Gesù è l’illustrazione più potente di ciò che papa Francesco scrive nella Evangelii gaudium «la realtà è superiore all’idea». Vietato scappare dunque. Chi resta con Maria, resta con la sua storia, senza angelismi. Chiediamo dunque a Maria di essere contenti della nostra vita: anche se è una “stalla”, Ella vi adagerà il Salvatore, come a Betlemme.

C’è anche un altro motivo, ancora più profondo. Maria non è una madre qualsiasi: bensì madre vergine. Cioè – lo sappiamo – è diventata madre senza concorso di uomo. Giuseppe è stato il suo vero marito, non il coniuge. «Nacque da Maria Vergine»: è il dogma della nostra fede. Perché? Che cosa cambiava se nostra Madre avesse concepito con un normale e sano rapporto coniugale benedetto da Dio nel matrimonio? Qui c’è un grande mistero della vita credente. Tutto quello che accade in e per Maria è un paradigma, una verifica, per il battezzato. E allora: Maria è vergine perché il Figlio di Dio non poteva essere il risultato dell’amore umano tra Lei e Giuseppe. Gesù è “gratis”, per questo Maria è vergine.

Nessuna opera umana – nemmeno l’amore – poteva “metterlo al mondo”, «produrlo». Non esiste la «fecondazione della grazia assistita» né la grazia in provetta. Gesù è un dono, un regalo. I giudei del tempo sapevano di desiderarlo, lo attendevano, ma non potevano procurarselo da soli. Cristo – dunque – per usare una parola teologica è «indisponibile», ossia non manipolabile, controllabile. Guardando Maria noi impariamo una verità molto difficile: quello che mi serve per salvarmi, per essere nella gioia, io non posso darmelo, e nemmeno lo possono gli altri.

Maria lo sapeva bene: per questo dice all’Angelo «non conosco uomo», ossia «fai tu questa cosa bella, io non posso, non sono capace, da sola non posso dare al mondo il Messia atteso». Quando la creatura tocca il limite, allora Dio fa scavalcare i muri. Se pensiamo di salvarci da soli, o per i nostri soli meriti, rimaniamo legati al palo. Ma questa verità – se amata – diventa una vera gioia: «nulla è impossibile a Dio». L’impotenza di Maria e di ciascuno di noi è luogo confortevole su cui si posa la Potenza dell’Altissimo. Come la bambagia per il criceto. Ecco: diventiamo “vergini” nel cuore: contenti di essere incapaci.

Infine, quando ci mettiamo ai piedi di Maria troviamo anche il serpente, il nemico dell’umana natura. Ricordiamo il libro della Genesi: Dio dice al serpente che la donna – prefigurazione di Maria – schiaccerà la sua testa. Lui cercherà di insidiare il calcagno ma non potrà morderla… perché la testa è tenuta ben ferma sotto il piede. È il mistero del male: c’è, si dibatte, si riorganizza sempre in forme nuove, ma non può vincere. Il cristiano non è uno che dice che va tutto bene, che illude gli altri con una pacca sulla spalla. Egli – come comandava Paolo – piange con chi piange. Ma allo stesso tempo non è un pagano senza speranza: il male – lo sa bene – non dura. Allora contemplando Maria e stando ai suoi piedi noi impariamo ad essere persone che vedono il male e si rattristano, ma sanno che ha le ore contate e quindi allo stesso tempo si rallegrano: «beati quelli che piangono perché saranno consolati».

Si dice che il pessimista è solo un uomo ben informato. Noi siamo ottimisti non perché ci illudiamo, ma perché abbiamo ricevuto questa dritta – una buona notizia –: al male rimane poco tempo. Il conto alla rovescia è iniziato anche per il serpente. Ci vuole una fede che spera: facciamo l’elenco di tutto il male che c’è nella nostra vita, che abbiamo anche causato noi: peccati, indolenze, tradimenti, indifferenza, maldicenza, sregolatezza, prevaricazione del prossimo… guardiamo il “serpente” e il suo veleno con onestà, senza giustificarci. E quando abbiamo terminato l’elenco diciamo a Dio: «grazie Signore perché il mio male, quello che ho fatto o ricevuto, ha le ore contate». Questa è la fede che spera e che ha animato Maria ai piedi della Croce.

 

 

 

4 settembre 2017