L'informazione della Diocesi di Roma

Amnesty International: pena di morte in calo nel mondo

Nel 2016 messe a morte 1.032 persone in 23 Paesi. La Cina maggiore esecutore. Per la prima volta gli Usa fuori dalla lista dei primi 5

Nel 2016 messe a morte 1.032 persone in 23 Paesi. La Cina maggiore esecutore. Per la prima volta gli Usa fuori dalla lista dei primi 5

Calano in tutto il mondo le esecuzioni capitali. Il Rapporto di Amnesty International relativo al 2016, diffuso oggi, 11 aprile, parla di un -37%: vale a dire, 602 in meno rispetto al 2015. E il motivo pare legato soprattutto alla flessione registrata in Iran (-42%) e Pakistan (-73%). Eppure, nonostante più di due terzi dei Paesi al mondo abbiano abolito la pena capitale per legge o per prassi, le persone messe a morte sono state almeno 1.032 in 23 Paesi: un numero complessivo «più alto della media registrata nella decade precedente». In più, i dati non includono le migliaia di sentenze capitali che si ritiene siano eseguite in Cina, dove i dati relativi alla pena di morte sono classificati come segreto di Stato. La Cina rimane dunque il «maggior esecutore al mondo», si legge nel Rapporto.

Sulla base di fonti pubbliche locali, Amnesty ha potuto accertare che tra il 2014 e il 2016 sono state eseguite almeno 931 condanne a morte, solo 85 delle quali sono riportate nel registro. Il registro, inoltre, non contiene i nomi dei cittadini stranieri condannati a morte per reati di droga, sebbene i mezzi d’informazione locali abbiano dato notizia di almeno 11 esecuzioni del genere. Assenti anche numerosi casi relativi a “reati di terrorismo”.  «La Cina – ha dichiarato il segretario generale di Amnesty Salil Shetty – vuole essere un Paese guida per il mondo, ma dal punto di vista della pena di morte lo guida nel peggior modo possibile: mettendo a morte più persone di quanto fa il resto del mondo. Il governo cinese ha ammesso i ritardi in tema di apertura e trasparenza ma continua a fare di tutto per nascondere il reale livello delle esecuzioni. È davvero giunto il momento che la Cina tolga il velo a questo segreto mortale». Si tratta infatti, ha evidenziato, di una «completa anomalia nel panorama mondiale della pena di morte, non in linea con gli standard internazionali e in contrasto con le ripetute richieste delle Nazioni Unite di conoscere il numero delle persone messe a morte».

Avvenute in Iran il 55% di tutte le esecuzioni registrate: il Paese, insieme ad Arabia Saudita, Iraq e Pakistan, ha eseguito l’87% di tutte le sentenze capitali del 2016. L’Iraq ha più che triplicato il numero di esecuzioni, l’Egitto e il Bangladesh lo hanno raddoppiato. Nuove informazioni sul numero di esecuzioni in Malesia e soprattutto in Vietnam hanno fornito una maggiore comprensione del livello e della reale portata dell’uso della pena capitale in questi paesi. Il numero totale di esecuzioni in Iran è comunque diminuito del 42% rispetto allo scorso anno (da almeno 977 ad almeno 567). Una significativa riduzione nell’emissione di sentenze capitali, pari al 73%, è stata registrata anche in Pakistan. Le esecuzioni sono diminuite notevolmente anche in Indonesia, Somalia e Stati Uniti d’America.

Per la prima volta dal 2006, gli Stati Uniti d’America non compaiono tra i primi cinque esecutori mondiali. I cinque stati degli Usa che hanno eseguito condanne a morte lo scorso anno sono «casi isolati e non sono al passo coi tempi», si legge nel Rapporto Amnesty. «Sono in contrasto non solo con la tendenza nazionale ma anche con quella del continente americano. Da otto anni gli Usa hanno il vergognoso tratto distintivo di essere l’unico paese nelle Americhe in cui si verificano esecuzioni». Diminuito il numero delle esecuzioni nell’Africa sub-sahariana, mentre è salito quello delle condanne a morte, soprattutto a causa dell’aumento in Nigeria.

11 aprile 2017