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Il razzismo dopo Charlottesville: «Non è solo una questione americana»

Per William Calvo-Quiros, professore di cultura americana e studi etnici all’Università del Michigan, «La Chiesa può fare di più e la nascita della Commissione contro il razzismo è un segnale importante»

«Il razzismo non è solo una questione degli Stati Uniti, ma riguarda il mondo e i valori che lo governano» afferma il professor William Calvo-Quiros, professore associato di cultura americana e studi etnici all’Università del Michigan. I fatti di Charlottesville in Virginia, dove una giovane donna ha perso la vita a seguito di una manifestazione organizzata da un gruppo di suprematisti bianchi e neonazisti hanno suscitato reazioni e cortei in varie città degli Usa riaprendo la ferita mai sanata della discriminazione.

Professor Calvo, dopo Charlottesville la parola razzismo è tornata ad essere la chiave di lettura delle diseguaglianze e delle povertà. Che cos’è il razzismo in questo momento negli Usa?
Il concetto di razza non è un concetto legato esclusivamente all’aspetto fisico ma coinvolge, l’istruzione, la lingua, l’accesso alle cure sanitarie. In quanto esseri umani apparteniamo ad una sola razza e l’essere di colori diversi è solo una risposta fisica della pelle all’ambiente in cui si vive. Quando scatta il razzismo vero? Quando attribuiamo un valore alle nostre differenze e pensiamo che avere quel colore di pelle ci fa più intelligenti, belli o sciocchi. Il razzismo è un concetto creato per giustificare comportamenti sociali come la schiavitù che considerava le persone oggetti da vendere e scambiare. Anche oggi se pensiamo alla condizione dell’uomo e della donna vediamo che si perpetua la differenza: sono uguali in dignità e diritti eppure le donne sono pagate meno. Nella storia degli Usa poi, gli italiani non sono sempre stati considerati bianchi, ma colored person (persone di colore) e sono stati discriminati non tanto per la loro pelle, ma per il contesto e le condizioni sociali in cui vivevano. Il concetto di razzismo è davvero ampio e non è un fenomeno solo degli Usa.

Come spiega il proliferare di gruppi come i suprematisti bianchi, il Ku Klux Klan e i neonazisti?
Le origini di questi gruppi risalgono agli anni ’50 e ’60, un periodo di grandi cambiamenti in cui sia i borghesi che i poveri hanno cominciato a chiedersi cosa voleva dire essere americani. Molti di loro, tornati dalla guerra mondiale, avevano trovato un mondo cambiato dove ad esempio le donne, in loro assenza, erano impiegate nelle fabbriche e chiedevano pari diritti. Gli uomini bianchi che credevano di trovare rispetto, privilegi e considerazioni non si ritrovavano più in questo modello. Va precisato che alle origini della nazione per essere considerati cittadini bisognava essere bianchi, riformati e proprietari terrieri. I padri pellegrini perseguitati per la loro religione si erano lanciati alla conquista di queste nuove terre considerandosi superiori a chi le abitava perché portatori di una missione e di un esperimento di democrazia unico al mondo. Gruppi come il Ku Klux Klan uniscono il malessere di questi uomini feriti nella loro virilità e nella loro identità con gli ideali dei padri fondatori e ventilano il ritorno ad una condizione di grandezza, soprattutto negli Stati del sud dove l’abolizione della schiavitù aveva distrutto il sistema economico delle piantagioni di cotone e impoverito la borghesia. L’abolizione della segregazione razziale ha fatto il resto.

charlottesville 2017

Quindi le manifestazioni di Charlottesville sono espressione di un malessere sociale più ampio?
La crisi economica odierna ha fatto chiudere solo a Detroit il 70% delle fabbriche e ha lasciato a casa tanti uomini, mettendo in discussione la loro identità. Le donne sono più istruite e non li considerano compagni adeguati, inoltre l’immigrazione sembra averli espropriati dal lavoro e, quindi, questi gruppi rivangano il passato quando l’America era migliore, grande e i privilegi degli uomini bianchi erano garantiti. Le ritualità di queste associazioni, i nomi in codice, i costumi o i simboli restituiscono un senso di appartenenza e di importanza.Il razzismo è solo una facciata perché il problema è più profondo: il mondo chiede a queste persone un cambiamento non facile e loro non sono pronte e colpevolizzano l’esterno, gli immigrati, il Nafta. C’è molta sofferenza dietro queste manifestazioni e non si possono etichettare semplicisticamente come razziste.L’era Obama faceva pensare a un superamento del problema razziale e, invece, la ferita è ancora aperta.

Se guardiamo alle mappe stradali di Pittsburgh, Tampa, St. Louis, Detroit e della stessa Washington, le autostrade e le strade creano evidenti separazioni tra le aree abitate da bianchi, neri, asiatici, ispanici e questa è una potenziale bomba sociale perché queste persone crescono e vivono in contesti che non si incontrano mai e si conoscono solo attraverso le immagini della tv che usa la spettacolarizzazione come modello comunicativo. Anche Chicago la città da cui viene Obama vive di questi modelli e la maggioranza dei disoccupati è black. La segregazione continua non solo negli spazi ma anche sul piano della salute e degli studi. Una ricerca medica ha dimostrato che il livello di diabete tra latinos, afro-americani e asiatici è più alto che nei bianchi. La ragione non è culturale ma dipende dal livello di povertà che non consente di acquistare cibo sano. Se, generazione dopo generazione, tu mangi l’hamburger di un dollaro dei fast food sviluppi problemi di salute seri. Se frequenti un’università ricca, incontrerai persone ricche e con probabilità sposerai una persona benestante per cui la ricchezza resterà nella stessa classe sociale, mentre se lavori o mangi spesso in un fast food è lì che incontrerai il tuo compagno e il tuo livello di vita non ti consentirà un’istruzione adeguata o di vivere in un quartiere borghese. Questo è l’altro volto degli Stati Uniti.

Che tipo di risposta può dare la Chiesa?
La Chiesa ha la consapevolezza della pari dignità della persona e ha affrontato con coraggio il problema del razzismo, purtroppo non ha agito con altrettanta determinazione su temi quali la salute, la disparità, l’istruzione. Ci sono fratture nelle comunità cristiane dovute, ad esempio, alla lingua e alla provenienza. I latinoamericani negli Usa stanno facendo crescere i numeri dei cattolici e anche le vocazioni, ma non sempre c’è un pieno riconoscimento della loro tradizione. Magari i preti imparano lo spagnolo per accompagnarli nella catechesi ma questo rischia di renderli marginali e separati da chi ha una radice anglofona.

La Chiesa può fare di più e la nascita della Commissione contro il razzismo è un segnale importante, ma bisogna anche affrontare il problema della migrazione che per la comunità latina è centrale ed è doloroso e, purtroppo, rischia di diventare un aspetto marginale e non di tutta la Chiesa.

Abbiamo analizzato il problema, ma quale soluzione può esserci alla discriminazione? Come guidare un processo di cambiamento se a governare è la paura, l’emozione e, talvolta, l’irrazionalità?
Applicando un modello sociale di tipo trinitario. La mia non è una provocazione. Nella Trinità ogni persona ha una sua identità ma sa scomparire per lasciare posto all’altro.

La società nuova che deve nascere da questa crisi è una società dove ciascuna comunità riconosce la bellezza e i valori delle altre e questo non significa per i latinos, ad esempio, diventare bianchi o per i bianchi diventare afro-americani, ma piuttosto offrire il meglio delle proprie culture e dei propri valori disposti a perdere quelli inessenziali.

Sappiamo che sarà una trasformazione dolorosa, ma il profitto che è un valore importante nella cultura statunitense non può essere più il modello che definisce le relazioni umane perché serve altro e serve anche chiedere scusa per i benefici ingiusti e per il dolore sofferto e procurato. Anche l’Europa deve interrogarsi sui suoi modelli d’integrazione: i terroristi della nuova Al Qaeda sono cittadini francesi, britannici magari di origini mediorientali. Il loro agire ci fa dire che la cittadinanza non definisce da sola l’essere di una persona e, quindi, serve accoglienza delle diversità e del loro valore, senza forzature irrazionali. (Maddalena Maltese)

 

25 settembre 2017