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A San Marcello al Corso il ricordo di Madre Teresa

Don Lush Gjerji, biografo ufficiale della santa albanese, ha ricordato le sue virtù: «fede in Dio e nell’uomo, speranza nel nome di Gesù e amore in azione per abbracciare il mondo intero»

«Era una donna che passava rapidamente dalla contemplazione all’azione». Don Lush Gjergji, vicario generale della diocesi di Prizren, in Kosovo, ricorda così santa Teresa di Calcutta. Su di lei ha scritto 17 libri tanto da diventare il suo biografo ufficiale. In 29 anni di costante contatto ha condiviso con lei tanti momenti e in molti di questi ha sperimentato la capacità della fondatrice delle Missionarie della Carità di «pregare e subito dopo di fare». Come quella volta, a Calcutta, in cui, dopo aver finito l’adorazione eucaristica, incontrarono i lebbrosi. «Fu allora che mi chiese: “Ti piace il Gesù del nostro quartiere?”».

Parole che il sacerdote kosovaro ha
pronunciato durante un momento di preghiera in memoria di Madre Teresa, celebrato nella chiesa di San Marcello al Corso, sabato 23 settembre. Le testimonianze di chi l’ha conosciuta si sono alternate a immagini e musica. Ad aprire la cerimonia è stato il documentario di Gjon Kolndrekaj che ripercorre la vita della santa, dai sei anni di preghiera, al termine dei quali è maturata la sua vocazione, all’inizio della sua missione in India. Subito dopo, spazio alla musica con le note dell’inno “Santa Madre, avvolgimi”, composto da Florence Astaire, e a una coreografia con ballerini classici e contemporanei.

Ancora musica con il gruppo corale Santa Cecilia e, poi, la lettura di alcuni scritti in lingua inglese di Madre Teresa e dell’omelia della Messa di canonizzazione, pronunciata da Papa Francesco. «Quando l’ho incontrata per la prima volta nel ’68 – ricorda don Lush Gjergji – ho avvertito subito la santità della Madre e in quello stesso momento ho deciso che volevo dedicare buona parte della mia vita a conoscerla più da vicino: la famiglia, la vita parrocchiale, le radici di questo grandioso fenomeno di bontà e amore».

Il sacerdote ha indicato le tre virtù di Madre Teresa: fede, speranza e amore. «Fede non significava per lei solo credere in Dio ma credere anche nell’uomo. Cercava Dio nel prossimo. Speranza invece non era una parola vuota, una promessa o un desiderio, ma la speranza di Madre Teresa ha un nome preciso: Gesù Cristo. E con lui è diventata speranza dei disperati. Il suo amore era un amore in azione – ha aggiunto -. In qualsiasi situazione cercava con l’amore di abbracciare il mondo intero».

L’attenzione per la vita che nasce, altra caratteristica della missionaria albanese, nelle parole di un medico che l’ha conosciuta bene, Giuseppe Noia, primario dell’hospice perinatale del Policlinico Gemelli. «Vidi Madre Teresa per la prima volta nell’81 quando l’Università Cattolica volle conferirle la laurea honoris causa – ha raccontato -. Ero uno specializzando e desiderai incontrarla. In quell’occasione fece un appello. Disse che se c’erano donne che non volevano tenere il proprio bambino lo avrebbero potuto dare a lei. Da lì è cominciata una collaborazione con le Missionarie della Carità che ha portato a far nascere finora circa 4500 bambini da ragazze madri. Tutti bambini che sarebbero stati destinati a essere abortiti».

Dal primo all’ultimo incontro il tempo
si assottiglia nella memoria del ginecologo. «È venuta a trovarci per l’ultima volta un anno prima che morisse. Entrò in sala parto e fece il segno della croce sulla fronte di una donna e della sua bambina partorita da alcuni minuti. Quella donna chiamò la figlia Benedetta Teresa».

 

25 settembre 2017