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“Sanctuary line”, viaggio di Urquhart nella solitudine

Nelle pagine della scrittrice canadese, una riflessione sulla debolezza degli uomini. Solo la letteratura sembra capace di accendere la luce

Nelle pagine della scrittrice canadese, una riflessione potente sulla debolezza degli uomini. Solo la letteratura sembra capace di accendere la luce

C’è sempre un incantesimo da risolvere, un’assenza da sopportare, una lontananza da superare, nelle opere di Jane Urquhart (1949), grande scrittrice canadese dei nostri tempi. Così come accadeva in uno dei suoi primi romanzi pubblicati in Italia negli anni Novanta da La Tartaruga, Altrove, dove il disperato abbraccio della protagonista Mary con il cadavere di un giovane marinaio naufragato sulle coste irlandesi diventa un modo per mettersi in contatto col mondo ultraterreno, anche nel più recente Sanctuary line (Nutrimenti, traduzione di Nicola Manuppelli, pp. 238, 17 euro) la storia della narratrice, Liz Crane, assomiglia a una specie di sortilegio: chiamata a lavorare in un centro di ricerca per studiare la migrazione delle farfalle monarca, questa narratrice entomologa si trasferisce nella vecchia casa di famiglia in riva al lago Erie col risultato di veder resuscitare i fantasmi del passato e dover affrontare il loro dolore ancora vivo che la scrittura, invece di lenire, rievoca e intensifica.

I personaggi tornano nella memoria come schegge di fuoco, prigionieri della passione che li avvinse: lo zio fragile e inconcludente, la cui infatuazione per Dolores, lavoratrice messicana, scatenò una serie di tragiche conseguenze; Teo, primo amore di Liz; Mandy, cugina bellissima e inquieta che, dopo essersi arruolata, morì sul fronte afghano; il fidanzato di quest’ultima, curdo musulmano, estrema, rivelatrice presenza nelle pagine finali del libro. Gli eventi tematici, lungi dall’essere svolti secondo nessi logici e consequenziali, vengono continuamente differiti, sospesi, posposti, mascherati, perché l’intento dell’autrice è quello di illustrare il loro possibile senso, o nonsenso, prima ancora della loro realtà, o irrealtà.

Costante appare piuttosto il rapporto fra le vicende talvolta incomprensibili che riguardano gli esseri umani e l’esistenza, ugualmente breve e spesso crudele, delle farfalle, alcune delle quali, chiamate viceré, si sono evolute nel corso del tempo sviluppando una somiglianza con le monarca, dal momento che queste possiedono una tossicità che allontana i predatori. «Ma tutte le viceré, e persino qualche monarca», avverte la scrittrice in un passo decisivo, «nascono senza questa componente chimica, e anche se sembrano identiche alle loro sorelle, altrettanto belle e carismatiche e immuni ai pericoli, per istinto ghiandaie, merli e cardinali avvertono la loro debolezza e sanno di poterle uccidere e mangiare». Sanctuary line si configura quindi alla maniera di una riflessione, potente e persuasiva come poche altre della letteratura contemporanea, sulla condizione di solitudine e debolezza cui gli individui della nostra specie sono fatalmente destinati: perduti alla ricerca di amori che non mantengono le promesse, affetti delusi, ideali mancati. Solo la letteratura sembra capace di accendere la luce di Jane Urquhart. E a questa sua fede tempestosa ed esclusiva lei si lega.

14 novembre 2016