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Scalabriniani, l’ex seminario diventa casa di accoglienza

Inaugurata in via Casilina Casa Scalabrini, che al momento ospita 27 persone da 14 Paesi. Un progetto realizzato in rete con territorio e istituzioni

Inaugurata in via Casilina Casa Scalabrini, che al momento ospita 27 persone da 14 Paesi del mondo. Un progetto realizzato in rete con il territorio e le istituzioni

«Vengo dalla Guinea, un Paese in cui, come in molte patrie di chi scappa, non c’è democrazia, non ci sono diritti e la violenza è quotidiana. Sono in Italia da sette anni e là ho lasciato mia moglie e mio figlio, ma da quando abito in questa Casa ogni tanto mi dimentico che sono solo, perché finalmente ho trovato degli amici». Mohmed Camara, uno dei 27 ospiti di Casa Scalabrini, struttura di accoglienza per rifugiati inaugurata sabato 24 ottobre, quando prende la parola è emozionato ma restituisce bene l’aspirazione che qui ha guidato i padri Scalabriniani: dare a chi scappa da guerre e violenze una casa da cui ripartire.

«Una Casa che – ha spiegato padre Sandro Gazzola, superiore generale della congregazione – è una risposta all’invito all’accoglienza lanciato da Papa Francesco», finanziata dai Missionari Scalabriniani insieme all’Elemosineria Apostolica, alla Commissione migrazioni della Cei e a Fondazione Migrantes. Una bella palazzina con giardino affacciata al numero 634 di via Casilina, che fino allo scorso anno ospitava il seminario teologico dell’Istituto e oggi accoglie una piccola “famiglia”, composta da uomini, donne e bambini, tutti rifugiati, in arrivo da 14 Paesi del mondo, dall’Africa occidentale al Sudan, dall’Eritrea alla Siria, alla Brimania. Tre, al momento, le famiglie. L’ospite più giovane ha 9 anni; il più anziano 80. La capienza massima: 30 posti, più 2 di emergenza.

Prima tappa del più ampio progetto Cai (Comunità accogliente inclusiva), Casa Scalabrini è una struttura di seconda accoglienza, in semi autonomia. «Anche se abbiamo aspettato qualche mese per inaugurarla – ha detto Emanuele Selleri, direttore della struttura – la Casa, mandata avanti insieme ai nostri ospiti, che si cucinano e gestiscono autonomamente pulizie domestiche e spese, è attiva dallo scorso 20 giugno e ha già catalizzato tante energie positive: da quando abbiamo aperto si è mossa un sacco di gente per darci una mano, così oggi abbiamo lezioni di italiano e scuola guida tenute da impagabili docenti volontari, un corso di formazione all’agricoltura, con borse lavoro, realizzato con la cooperativa Kairos e l’associazione Oasi, un laboratorio di sartoria reso possibile dall’associazione Migranti e banche e Associazione Idee, e il mese prossimo inaugureremo anche una web radio, grazie alla disponibilità degli amici di Fusolab 2.0, tutti segni di una solidarietà che in questa misura non ci aspettavamo».

Risultati oltre le aspettative che però non arrivano per caso: «Il progetto è nato circa due anni fa – ha sottolineato padre Fabio Baggio, Presidente del Simi (Scalabrini international migration institute) – consultando tutte le realtà già attive in questo settore, ascoltando i consigli degli amici del Centro Astalli, “rubando” idee, cercando di coinvolgere quante più realtà possibili fra quelle presenti sul territorio: municipio, scuole, associazioni, parrocchie». «Aprire le nostre porte è stato possibile solo grazie alla solidarietà di tutti – ha ribadito padre Gianni Borin, superiore regionale degli Scalabriniani in Europa e Africa – e questa unità è un motivo di speranza». Un disegno «ambizioso – l’ha definito padre Gioacchino Campese, docente del Simi – che fin dall’inizio è stato un progetto d’equipe, realizzato con la collaborazione di tante persone, delle istituzioni civili e della Chiesa».

Chiesa presente sabato 24 ottobre con il vescovo ausiliare Guerino Di Tora, presidente di Migrantes e della commissione per le Migrazioni della Cei, che ha benedetto la Casa; con il vescovo Paolo Lojudice, già parroco di San Luca a largo Preneste, che ha augurato che la struttura «sia un esempio che trascini tante altre strutture usate parzialmente o non usate ad aprirsi all’accoglienza». Ancora, all’inaugurazione hanno partecipato anche monsignor Pierpaolo Felicolo, direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale delle migrazioni, che ha ribadito l’importanza della seconda accoglienza, «forse persino più significativa della prima», e il direttore della Caritas diocesana monsignor Enrico Feroci, che ha colto l’occasione per annunciare che dal 2 novembre 44 rifugiati saranno accolti nelle parrocchie di Roma, seguiti da altri a gennaio prossimo.

Da ultime le istituzioni, rappresentate da Francesca Danese, assessore alle Politiche sociali del Comune di Roma, e Alessandro Rosi, assessore al Bilancio del V municipio, hanno espresso gratitudine ai padri Scalabriniani, per aver dato «un esempio di accoglienza che da Roma potrà essere esportato anche in altre città».

26 ottobre 2015