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Scorsese nelle pieghe del “silenzio”, un affresco incisivo

Nelle sale “Silence”, la pellicola ispirata al romanzo omonimo di Shusaku Endo pubblicato in Giappone nel 1966. Al centro, lo scontro tra religioni

Nelle sale “Silence”, la pellicola ispirata al romanzo omonimo di Shusaku Endo pubblicato in Giappone nel 1966. Al centro, lo scontro tra religioni, in un’analisi lucida e fredda

È il 1988 e, durante una proiezione speciale del film L’ultima tentazione di Cristo a New York per i leader religiosi, Martin Scorsese conosce l’arcivescovo Paul Moore, che gli fa omaggio di una copia del romanzo Silence di Shusaku Endo. Pubblicato in Giappone nel 1966 e tradotto in inglese nel 1969, il libro colpisce a fondo l’attenzione del regista. Scorsese pensa da subito che ci sia materia per trarne un film. Da quel momento passano tuttavia quasi venti anni durante i quali l’italo-americano realizza molti altri titoli. Non smette tuttavia di pensare a quel progetto che finalmente si concretizza nel 2016 con il film che esce ora in sala.

Il punto di partenza resta il romanzo di Endo, uno dei non molti scrittori a mettere in campo un punto di vista cristiano, nato a Tokio nel 1923, battezzato all’età di 11 anni, scrittore dal 1958 con storie quasi tutte legate a temi religiosi e cristiani. La storia comincia quando padre Sebastian Rodrigues e padre Francisco Garrupe, due gesuiti portoghesi, arrivano in Giappone per scoprire la verità sulla misteriosa scomparsa di padre Christovao Ferreira, loro maestro spirituale. Ferreira in realtà, dopo molte traversie, rinnegata la sua religione, si è convertito al buddismo. Nel ricostruire queste drammatiche pagine di storia, Scorsese mette in scena tutto il proprio sguardo fatto di vigore, solennità espressiva, pietà. Dentro di sé, il regista ha lo slancio di un’eredità costruita attraverso titoli quali Taxi Driver, Toro scatenato, The Departed (Oscar 2007), tutti meccanismi nei quali il contrasto tra bene e male si fa lancinante dissidio di sofferenza.

Ora lo scontro tra religioni arriva ad una elaborazione più profonda, quasi che il passare degli anni e l’esperienza abbiano permesso a Scorsese di entrare nelle pieghe di un’analisi più lucida e fredda. Di fatto il nodo centrale è il momento dell’abiura. Padre Sebastiao, imprigionato, prega, si aggrappa alla croce per sfuggire alla crudeltà del dolore. Non smette di chiedere un segno, una parola di orientamento e conforto da Dio. E una voce sembra risuonare nel silenzio, proprio nel momento della “caduta”. Forse l’abbraccio misericordioso di Dio dinanzi al grido di un figlio, come avvenne per il Figlio morto sulla croce.

La ricostruzione della vicenda nel Giappone del 1640 ha una plasticità espressiva fortemente sofferta e sempre incisiva. La fotografia, livida di angoscia e di colori respingenti, la scenografia precisa di Dante Ferretti, la colonna sonora di Kim Allen Kluge sono tutti tasselli rivolti a comporre un affresco d’epoca tanto tempestoso quanto incalzante. L’immagine restituisce il senso della precarietà e della difficoltà del periodo. Un momento di autentica sofferenza, dentro una cornice di rinunce e di dolori atroci e insopportabili. Scorsese ha il merito di comporre questo dramma senza cadere in azioni prevedibili o toni didascalici. Anzi, nel seguire le tragiche vicende dei due gesuiti, la regia riesce ad “allargare” i confini del tempo affrontato. Al punto che, alla conclusione, l’impressione è che, nel mentre raccontava del 1600, Scorsese abbia voluto dire qualcosa anche all’uomo di oggi. Come uno stringente e doveroso omaggio ai cristiani ancora perseguitati nel mondo del Terzo millennio.

16 gennaio 2017