“Semi(di)libertà” tende la mano ai detenuti grazie alla birra

Con il progetto “Vale la pena”, partito lo scorso marzo, la onlus propone corsi di tecnico birraio. Per dare una seconda chance a chi ha sbagliato e favorire l’inclusione sociale

«Dare una seconda chance a chi dimostrasse di meritarla, ma gli veniva negata da quel marchio di Caino che segna a fuoco per tutta la vita chi “sale lo scalino”, come recita il proverbio romano». È questo il motivo che ha spinto nel 2013 Paolo Strano, insieme ad altri tre amici e colleghi, a dare vita a “Semi(di)libertà”, onlus che grazie alla birra rincorre l’obiettivo di rompere il circolo delle recidive. Queste ultime «sfiorano il 70% tra chi sconta la pena solo in carcere, mentre scendono al 2% tra quelli che vengono inseriti in un circuito produttivo. Volevamo, quindi, inserire i detenuti in un circuito, e abbiamo scelto quello della birra artigianale, forse l’unico settore economico in crescita in Italia in questo momento, quindi in grado di sostenere il progetto».

Progetto che, in realtà, è nato per caso, spiega Paolo che dell’associazione è presidente: «Con Silvia Guelfi, Adriana Boccanera e Claudio Rosati, lavoravamo come fisioterapisti al Centro clinico della casa circondariale Regina Coeli. Ne è uscita fuori l’esperienza più profonda e coinvolgente della nostra vita, e la convinzione che dovessimo fare qualcosa che andasse oltre il lenire la sofferenza fisica, qualcosa che contribuisse a strappare da quel degrado, da quel vivere costantemente ai limiti della resistenza umana, restituendo dignità. Quando sei in carcere spesso ascolti storie che ti fanno riflettere su quanto la vita possa essere condizionata da casualità, nel bene e nel male, dal contesto in cui si ha la fortuna, o sfortuna, di crescere, ambienti dove fare la scelta sbagliata a volte è ineluttabile. Volevamo fare qualcosa per evitare che, dopo la pena, i detenuti sbagliassero ancora».

Così è nata “Semi(di)libertà”, e l’idea di realizzare “Vale la Pena”, un birrificio artigianale gestito dall’associazione nei locali dell’Istituto agrario “Sereni”, «dove viene prodotta ottima birra per sostenere il progetto, e vengono erogati corsi professionali a detenuti in regime di semilibertà, formati così alla professione di tecnico birraio». Partito lo scorso marzo e tenuto da massimi esperti nel settore, il corso per tecnico birraio “diplomerà” entro il prossimo luglio 9 detenuti, «alcuni dei quali saranno assunti direttamente da noi, mentre agli altri cercheremo occupazione presso aziende del settore. Per ora, escono al mattino per venire in birrificio da Rebibbia e vi fanno rientro il pomeriggio. Abbiamo già studiato un follow up, per il quale siamo in cerca di sostegno e finanziamenti, che prevede la realizzazione di un’intera filiera della birra, della legalità e dell’inclusione, dalla semina dell’orzo al boccale, che ci permetterebbe di fare numeri decisamente maggiori».

Il progetto, cofinanziato dal Ministero dell’università e della ricerca e dal Ministero della giustizia, è stato inserito dal Politecnico di Milano tra i più innovativi e di maggiore impatto sociale in Italia nell’ambito del contest europeo Transition. Ed è stato anche protagonista, qualche giorno fa, di un evento promosso per gli amanti del luppolo da Eataly, dove i detenuti che frequentano il corso hanno preparato alcuni piatti nel corso di una degustazione guidata da Manuele Colonna, uno dei massimi esperti delle birre tedesche, e Lorenzo Dabove, in arte Kuaska, profondo conoscitore dello stile belga.

Finora, dentro e fuori dal carcere, Paolo di storie ne ha sentite tante, «ma a colpirmi di più – racconta – sono quelle di chi si suicida a pochi giorni dalla liberazione. Danno la dimensione di quanto il carcere possa annientare qualunque possibilità di rinascita. Un momento, quello dell’uscita, che aspetti da anni come il più bello della tua vita, e che man mano che si avvicina e lo focalizzi prende la forma del peggiore dei paradossi. Assume i contorni della paura della libertà, diventa la sensazione, anzi la certezza, di essere totalmente inadeguati, di non potercela proprio fare. Noi tendiamo la mano ai detenuti e li sosteniamo in questo percorso». Dove la nuova vita inizia tra i boccali di birra che tintinnano in un brindisi.

14 novembre 2014