“Sole cuore amore”, Vicari e la dura vita quotidiana
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“Sole cuore amore”, Vicari e la dura vita quotidiana

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Nella storia di Eli, la protagonista, la consapevolezza di chi abita il mondo accettando i sacrifici di ogni giorno, lottando per realizzare obiettivi “minimi”

Nel novembre scorso era stato presentato nella selezione ufficiale della XI edizione della Festa del cinema di Roma. Questa settimana esce finalmente in sala: è “Sole cuore amore”, diretto da Daniele Vicari, film di forte drammaticità e intenso sottofondo civile. La storia si apre a Roma, in una zona ampia e vastissima compresa tra la città, le periferie e i sobborghi. Eli (Isabella Ragonese) ha quattro figli e un marito disoccupato in cerca di lavoro, mentre lei ha trovato occupazione come dipendente di un bar dove serve al banco i numerosi clienti giornalieri. Ogni mattina, per essere puntuale sul posto di lavoro, Eli prende un autobus dalla cittadina sul litorale laziale dove risiede e poi una linea della metropolitana che la lascia vicino al suo bar. Si sobbarca oltre un’ora di strada all’andata e una al ritorno, e arriva a fine giornata quasi sempre stanchissima. Eppure, quando serve le persone, è allegra e serena, pronta a scherzare con gli avventori abituali e con tutti quelli che le parlano. Tuttavia anche Eli accusa fatiche varie che dovrebbero consigliarle riposo e prudenza. Sa però che non può permettersi di rinunciare a quell’unico lavoro per la sua famiglia e tiene duro, facendo finta di niente.

Daniele Vicari, nato nel 1967, ha esordito al cinema nel 2002 con Velocità massima, un film sulle corse clandestine nelle notti romane; e poi ha girato altri tre film: L’orizzonte degli eventi (2005); Il passato è una terra straniera (2008); Diaz. Don’t clean up this blood (2012) sui tragici fatti di Genova. Si tratta dunque di un regista portato ad avere con la realtà e la cronaca un incontro diretto e frontale, lontano da retorica, da accomodamenti, da risvolti ideali. A proposito di questo film, Vicari dichiara: «Questo si è rivelato più complicato da realizzare di quanto pensassi inizialmente. La quotidianità rischia di apparire insignificante o meno interessante della messa in scena di sparatorie, tossicodipendenze, violenze e degrado portate all’esasperazione spettacolare. Quando invece la vera tragedia della nostra epoca risiede nel senso di impotenza generale che ci attanaglia e, per una sempre più larga fascia della popolazione, nell’impossibilità di realizzare obiettivi minimi».

Quello di Eli è un personaggio destinato a restare a lungo nelle nostra memoria di spettatori, per il silenzioso dolente calvario che affronta ogni giorno, per la capacità di chiudere gli occhi di fronte ai sacrifici quotidiani, trascurando le conseguenze e anzi trovando anche la forza per prendere le difese di una collega alla quale veniva proibito di presentarsi a un esame. Ma il vero nodo centrale del copione, il tratto che lo distingue e lo allontana da altri comunque validi esempi, è che Vicari non fa denuncia, non urla, non sbraita, non affida i suoi protagonisti alla rabbia. Eli accetta gli eventi con consapevolezza, sa che una situazione non la si cambia con la rabbia di uno solo. Quando le forze non la reggeranno più, Eli si lascerà andare. Affidando a chi la trova l’eredità ingombrante e pesante di una ragazza senza colpe, anzi colpevole solo di voler vivere con il marito e i figli una vita semplice senza dare fastidio a nessuno. Affiancandosi in tal senso al recente ritratto che ci hanno regalato i fratelli Dardenne in Due giorni e una notte e Ken Loach in Io Daniel Blake. Personaggi che soffrono e abitano il nostro mondo, con un cuore forte e mai domo.

8 maggio 2017