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Sportello antiviolenza del San Camillo, aiutate 2mila donne

I dati degli ultimi 5 anni: utenti per lo più italiane, oltre la metà vittime di aggressione da parte di un uomo con cui hanno qualche tipo di relazione

I dati relativi agli ultimi 5 anni: utenti per lo più italiane, oltre la metà vittime di aggressione da parte di un uomo con cui hanno qualche tipo di relazione

Qualche volta entrano dalla porta che dà sul triage del pronto soccorso del San Camillo, più spesso passano dalla porta interna, al riparo dallo sguardo dei mariti o compagni che, dopo averle picchiate, le accompagnano al pronto soccorso, in parte per rimorso e in parte per controllare che non dicano nulla. Sono circa duemila le donne seguite da “Sportello donna” negli ultimi cinque anni, sostenute nel percorso di uscita dalla violenza vissuta e accompagnate in un percorso individualizzato in una rete di sostegno pubblica e privata. «Quando abbiamo avviato lo sportello non eravamo certe che potesse funzionare, perché qui arrivano nell’immediatezza della violenza subita, mentre di solito si rivolgono a un centro antiviolenza dopo lunghe ponderazioni – racconta Anna Verdelocco, operatrice della cooperativa BeFree, tanti anni di esperienza nell’ascolto e nel sostegno di donne maltrattate ed entrate in programmi di protezione e ritorno alla vita -, ma ci siamo ricredute: qui c’è il primo contatto, per proseguire poi un percorso lungo e difficile, anche perché quasi sempre sono convinte che “lui cambierà”, anche se al pronto soccorso ci finiscono diverse volte».

Lo sportello iniziò l’attività nel 2010, su proposta della cooperativa sociale BeFree, sulla base dell’esperienza maturata dalle sue operatrici, e dal sostegno di Maura Cossutta, dirigente dell’ospedale e già consulente dell’allora ministro Livia Turco sulla “Salute delle donne”, e di un bando specifico. Tutte operatrici donne in un’ottica di genere, percorsi individualizzati e condivisi con le vittime di violenza, e un presidio 24 ore su 24, che da novembre, per carenza di fondi, è stato ridotto alla sola reperibilità durante la notte. «Ma non ci chiamano – commenta Verdelocco –: o sei lì nel momento, o non ritornano».

Le donne che si sono rivolte in questi anni allo sportello sono per la maggior parte italiane (62,5 %), e nonostante vi sia un lieve aumento di donne nubili (26,6 %), molte (il 59%) hanno subito un’aggessione da parte di un uomo con cui hanno qualche tipo di relazione sentimentale (32,6 % sposate, 14,3 conviventi), spesso terminate per volere di lei (15 %). In oltre un terzo dei casi l’aggressore è il marito (34,8 %) o il convivente (17), o un parente (11,2) o il fidanzato (5,8%), molto di rado un amante (0,7%). L’aggessione da parte di sconosciuti, che tanto allarme crea nella società, in questa statistica rappresenta solo il 2,7% dei casi. Le donne che arrivano al pronto soccorso dichiarano di subire più di una forma di violenza, anche se le statistiche indicano il motivo principale per cui hanno chiesto aiuto: spesso maltrattamenti (41%), aggressioni (25%), stupro (7,3) fino al tentato omicidio (0,18), ma anche molte violenze psicologiche (9 %), economiche (2,3), stalking (5,2), mobbing (0,5), fino all’abuso sui minori (0,18) e alla riduzione in schiavitù (0,36).

«In questi anni si parla molto di femminicidio – racconta Verdelocco -, che è positivo perché ha posto i riflettori sul problema, ma nello stesso tempo è un approccio che terrorizza, e si fatica a capire che ci sono sintomi da non sottovalutare, ma anche percorsi che si possono affrontare con un appoggio, e che permettono di riprendersi la propria vita. La cosa più inquietante sono le violenze psicologiche, che portano all’isolamento, alla svalorizzazione di sé, alla convinzione di essere nel torto. Quando nelle corvée di cucina negli appartamenti protetti chiediamo cosa vorrebbero cucinare, di solito rispondono cosa piaceva al marito, e solo dopo molto tempo riescono a ritrovare i propri gusti, le proprie passioni».

Quasi tutte le donne di questo campione, come per le statistiche mondiali, sono in età fertile ( 19,7% fra i 19 e i 30 anni, 24% fra i 31 e i 40, 28,2 fra i 41 e i 55), ma non manca un 5% oltre i 66 anni. Più della metà lavorano, anche se sono aumentate quelle che non ne trovano uno o ne hanno uno irregolare. Secondo l’analisi dei dati dei primi due anni di attività dello sportello, però, emerge che la violenza non è un fatto di sottocultura: le richieste arrivano da tutte le fasce sociali e da tutti i livelli di istruzione, in una statistica che vede ogni tipo di professione.

La maggior parte degli invii allo sportello sono stati effettuati dal personale medico-infermieristico interno all’ospedale (68%), ma molte donne sono arrivate anche su indicazione del numero verde nazionale 1522 (9,6 %) e dalla rete territoriale. «È fondamentale che il personale sia preparato a riconoscere certi sintomi e sia in grado di trattare con rispetto e dignità la donna – continua Verdelocco -. Da questo dipende la disponibilità di una donna sulla difensiva a farsi aiutare. Un poliziotto o un infermiere che dice “torni a casa, signora, e faccia la pace” rischia di fare danni irreparabili».

La questione della formazione degli operatori è stata ampiamente trattata ieri, martedì 3 marzo, nel convegno “Codice violenza”: senza un’adeguata preparazione rischiano di sfuggire i ripetuti passaggi dai medici, le implicite richieste di aiuto, la risposta adeguata al momento giusto. «Voglio anche io lo sportello», ha eslamato Nadia Gabriele, infermiera del pronto sosccorso di Sora: «Mi sono informata e ho studiato da sola, e mi trovo chi mi ferma nel triage chiedendomi se sono io quella che aiuta le donne. Ma io ho i tempi del pronto soccorso, non ho una preparazione, e non deve morire più nessuno». Vittoria Doretti, che ha inventato il “Codice rosa” a Grosseto, poi esteso a tutta la regione, spiega che con una adeguata formazione degli operatori del 118 e del primo intervento l’emersione dei casi di violenza sono centuplicati, passando da 3 a 509.

E la questione dell’emersione è complicata anche dal punto di vista statistico. Maura Misiti, demografa del Cnr che ha scritto il libro con Serena Dandini, spiega che dalla Convenzione di Istambul è venuta l’istanza della ricerca dei dati sull’emerso e il sommerso. «C’è uno straordinario attivismo di volontari e istituzioni nel cercare metodologie e soluzioni per la violenza di genere, con acrobazie amministrative fra la sanità ed il sociale. Ciò però rende i dati difficilmente comparabili. Vanno messi a sistema per capire esattamente le specificità territoriali e l’efficacia dei diversi interventi. Non esiste nemmeno una definizione condivisa di “violenza”. Bisogna allora investire sulla conoscenza dei dati oggettivi, ma anche sulla percezione che la popolazione ha di questo problema». Secondo un’indagine dell’Istat del 2006, sono quasi sette milioni le donne che hanno subito violenza nella vita. Ma secondo la stessa indagine, meno di un terzo delle intervistate aveva la percezione che ciò costituisse reato, mentre per molti la questione va risolta “fra le mura domestiche”.

4 marzo 2015