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Su Facebook la “lapidazione” a mezzo “dislike”

La scelta di Zuckerberg: un modo per allargare il consenso. Sicuramente diventerà un “mi dispiace”, perché così muoverà le corde un po’ più profonde

La scelta di Zuckerberg: un modo per allargare il consenso. Sicuramente diventerà un “mi dispiace”, perché in questo modo muoverà le corde un po’ più profonde

E no. Cambierebbe molto. Cliccare un “non mi piace” è un conto, mettere un “mi dispiace” è un altro. Cambia un mondo, cambia la percezione dello spazio-tempo del net, cambia la stessa antropologia Fb, e non solo quella. Perché nel primo caso non ci sarebbero più agguati di cyber-bulli, ma l’utente dovrebbe fare i conti anche con ferite firmate. Una foto di una persona cara. La propria. Una frase che sta a cuore. Non è che il web debba per forza tradurre in rete il darwinismo sociale, la sopravvivenza dei più forti. Non è detto che un essere umano debba mettersi sempre in discussione e prepararsi ad un gioco al massacro in cui si sopravvive a furia di “like” e si potrebbe essere lapidati (ma come vedremo le cose non stanno esattamente così) da una montagna di “dislike”.
Diciamocela tutta: Facebook, assieme a tutti gli altri social ha oggettivamente semplificato il linguaggio. Se fosse ancora vivo Lacan ci spiegherebbe che non solo la mente modifica l’espressione linguistica ma è vero anche che l’uso linguistico modifica la mente. La vita – anche quella neuronale – non va a senso unico, e come ormai è appurato, la mente può modificare anche il corpo, e non solamente nei casi di isteria, come si pensava ai tempi di Charcot.
L’effetto di ritorno è preoccupante: non scriviamo più ad una persona: “ti abbraccio”, ma mandiamo gli abbracci già belli e pronti. Li posso mandare a una marea di persone. Persone che ricevono una anodina, glaciale, razione di “abbracci”. Tutto è “pre”, pre-stampato, pre-organizzato, pre-ordinato in modo da uniformare tutto. Entriamo a far parte di un sistema binario di input-reazione, che rischia di cancellare tutta la mediazione dell’essere che dovrebbe esserci dietro. Anche quel “mi piace” che ci sembra inoffensivo fa parte di questa intelligente trasformazione dell’agorà fisica in piazza mediatica che deve sottostare a degli input precisi: mi piace. Non mi piace più (e potrebbe pure trattarsi di un errore da inesperto). Tizio ti ha invitato a mettere mi piace. Caio mi ha invitato a partecipare ad un evento. Quel post è stupendo, allora lo mando a tutti. Ma tutti è nessuno. Mandami uno straccio di foto ingiallita e sbiadita dal tempo, ma ti prego, mandala a me. Abbracciami sul serio, parlami, anche se attraverso il net, ma usa il tuo linguaggio, cerca di resistere alla omologazione binaria.
Zuckerberg, il padre di Fb, non è mica grullo, tutt’altro, lo ha dimostrato ampiamente. Sicuramente il “dislike” diventerà un “mi dispiace”, perché in questo modo muoverà le corde un po’ più profonde di chi vorrebbe commentare la notizia della scomparsa di qualcuno non con l’ambiguo e talvolta ridicolo “mi piace”. È un modo per allargare il consenso. Per acquistare più fetta di mercato. È vero che si può commentare e non solo mettere mi piace. Però se non fosse per la linea chat, quella “privata”, si avrebbe una situazione di occhiuta libertà. Sì ti faccio parlare in privato, ti puoi esprimere, ma stai dentro un sistema. Fatto per gente che ha fretta, che clicca su mi piace, non te lo scrive, perché ci vuole più tempo. E se stai male, ora c’è il “dislike”, ecchecivuole, mi sono tolto il disturbo, ho fatto una bella figura, perché non posso venirti a trovare, non ho tempo. Viene in mente quella purtroppo profetica poesia di Michel Quoist:
Arrivederci, signore, scusi, non ho il tempo.
Ripasserò, non posso attendere, non ho il tempo.
Termino questa lettera, perché non ho il tempo.
Avrei voluto aiutarla, ma non ho il tempo.
Se il venturo “dislike” va in questa direzione, il processo di omologazione espressivo-linguistica, presente già da alcuni anni nel sistema comunicativo giovanile, diverrà probabilmente ancor più difficile da affrontare. Gli stessi formulari in atto per valutare le situazioni delle scuole italiane non tengono conto delle mediazioni profonde, delle criticità storiche, scientifiche, della complessità del pensiero. Ubbidire ciecamente allo spirito frettoloso del tempo potrebbe renderci incapaci di capire davvero la nostra realtà. (Marco Testi)
18 settembre 2015