L'informazione della Diocesi di Roma

“Sulità”: lo sguardo di De Vita sulle fragilità dell’uomo

Nei 24 brani dell’ultima raccolta, lo sguardo sulle debolezze altrui e il compenso emotivo che il poeta offre, attraverso se stesso, ai suoi lettori

Nei 24 brani dell’ultima raccolta, lo sguardo sulle debolezze altrui e il compenso emotivo che il poeta offre, attraverso se stesso, ai suoi lettori

È da tanti anni che Nino De Vita, nato a Marsala nel 1950, scrive e pubblica versi nel suo dialetto siciliano: aspro e dolce al tempo stesso, radicato nella contrada Cutusìo come una radice profonda da cui l’espressione ricava forza e nutrimento. È una fedeltà esistenziale e letteraria a un limite incarnato capace di dettare la regola etica alla quale attenersi. Ci sono cose da non fare se è vero, come è vero, che dovremmo essere responsabili, oltre che delle nostre azioni, anche dei nostri sogni. A questo luogo formativo originario, nucleo geografico e interiore, il poeta da sempre si sente legato: granchio sullo scoglio, regge alle numerose tempeste dell’esistenza, ma sa godersi perfino il sole delle bonacce.

Tale condizione autobiografica, invece di spingerlo a reclinarsi in una dimensione individuale, gli fa conquistare una coralità e orienta pure l’occhio necessario per osservare le altrui debolezze e fragilità uscendo dal rischio della pura degustazione lirica. È questo il tema fondamento dell’ultima raccolta, strutturata in ventiquattro brani, dal titolo emblematico: Sulità (Mesogea, pp. 165, 14 euro), che vuol dire appunto “solitudine”. Da non intendersi tanto quale scelta consapevole quanto come condizione patita, in seguito a errori, malintesi, contrasti, timidezze, equivoci, stati naturali.

Indagare sulle sconfitte umane significa chiedersi la ragione che ci spinge gli uni contro gli altri: volontà di potere, desiderio di possesso, frustrazioni, invidie, rancori, vendette. Il repertorio delle pagine proposte, nella potenza rappresentativa dei casi reali emersi come sporchi medaglioni dalla cronaca quotidiana, sembra non lasciare speranza: i nonni ai quali per ripicca viene negata la frequentazione del nipotino (‘ A sciarra, Il litigio); il vecchio benzinaio sfruttato dal cinico proprietario (‘ U bbinzinaru); il povero spastico costretto a restare bloccato tutto il giorno al suo posto ( Oronziu); le due madri, una biologica, l’altra acquisita, che si contendono l’affetto del figlio, incuranti del dolore da lui provato (‘ I matri), sono soltanto alcune delle possibili citazioni.

Alla fine però ciò che davvero resta non è lo scrutinio del fallimento vitale bensì la luce sottile, e tuttavia persistente, del compenso emotivo che il poeta offre, attraverso se stesso, ai suoi lettori. Come quando apre uno scorcio improvviso nella bottega del cruscaio dove di norma si va per comprare baccalà, porri, uva passa e zuppe. È lì che si presenta il buon Liberante, il quale, senza aver mai frequentato una scuola, vuole sapere da Nino De Vita come si fa a scrivere un libro. Quando capisce che sarebbe un’impresa abbastanza ardua, per non dire impossibile, resta muto, presumibilmente sconcertato. A quel punto l’autore gli chiede: «Libberanti” cci rissi / “lèvami stu pinzeri: / socché chi nna stu libbru / tu cci vulissi fari /tràsiri?» («”Liberante” gli dissi / “toglimi questo pensiero: /cos’è che in questo libro / tu ci vorresti / mettere?»). E lui, in plastica evidenza rievocativa, così risponde: «Ri mia vulissi riri, / chi cci haiu sissantun’annu, / ‘un cci ‘a fazzu a truvàrimi una zzita / e sugnu sempri sulu» («Vorrei parlare di me, / che ho sessantun’anni, / non riesco a trovare una fidanzata / e sono sempre solo»).

10 luglio 2017