“The Post”, il “come eravamo” di Spielberg sul buon giornalismo

Nelle sale dal 1° febbraio, il film guarda al passato con gli occhi ben aperti sul presente. Tra i protagonisti, Meryl Streep, a cui è valso la ventesima candidata al Premio Oscar

È il 1971 quando Katherine Graham, prima donna alla guida del “The Washington Post”, e Ben Bradlee, direttore del giornale, mettono in gioco la credibilità del giornale, svelando la massiccia copertura di segreti governativi riguardanti la guerra in Vietnam durata per decenni. Parte da qui l’azione del più recente film di Steven Spielberg, uscito in sala il 1° febbraio. Parli delle origini di Spielberg e di colpo ti ritrovi negli anni Settanta, a quel telefilm Duel (1971) che ne avviò la carriera, e a quel film, Sugarland Express (1974), che ne segnò il debutto sul grande schermo.

Sembra (ed è) un periodo lontano, travolto da quarant’anni di cinema, di storia, di evoluzioni tecniche, in fondo ai quali ritrovi un cineasta dalla capacità espressiva intatta e pulita, al servizio di una visione delle cose e dei fatti di nitida lucidità. Uomo di cinema, insomma, che tiene dritta la barra della navigazione nelle tempeste della società e guarda al passato con l’occhio ben aperto sul presente. Così succede in questo The Post, rievocazione di un episodio che rimanda esattamente al 1971, anno del suo esordio. Un racconto dentro il quale Spielberg si muove con destrezza e misura, dando esatta la sensazione che il sapere già come sono finite le cose gli serva per scavare in modo più profondo nella psicologia dei personaggi coinvolti, per leggere con maggiore esattezza i risvolti drammatici ed emotivi degli avvenimenti.

In questa prospettiva si possono guardare come vivi e palpitanti i ruoli di Katharine Graham e Ben Bradlee, partecipare ai momenti difficili e decisivi delle scelte che sono chiamati a compiere. E che loro risolvono tra incoscienza, coraggio e rischio, come fece a suo tempo James Stewart in Mr. Smith va a Washington di Frank Capra, 1939. Con la voglia di giocarsi il tutto per tutto di fronte a scelte etiche non rinviabili per il futuro del Paese. Insomma, Spielberg racconta ancora un “come eravamo”, arrivando nel finale a creare i presupposti per preparare i film già fatti, anche da altri ( Tutti gli uomini del Presidente, con Robert Redford e Dustin Hoffman, di Alain J. Pakula sul caso Watergate, 1976).

«Il look di questo film – dice Meryl Streep – fa apparire ciò che accade in un ufficio o a un party così avvincente che non vedi l’ora di vedere cosa accadrà poi». Va notato che per questo film l’attrice ha ricevuto la ventunesima candidatura ai Premi Oscar che saranno assegnati il prossimo 4 marzo. L’argomento “giornalismo” si lega poi ad una lunga tradizione del cinema americano su questo versante. Ai titoli sopra ricordati viene naturale aggiungere L’asso nella manica (1951) e Prima pagina (1974) entrambi di Billy Wilder. E al buon giornalismo è dedicato il messaggio di Papa Francesco per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali 2018.

Per un approfondimento del tema attraverso lo sguardo del cinema, l’Ufficio nazionale comunicazioni sociali e la Commissione nazionale valutazione film della Cei hanno da poco lanciato una proposta di 16 titoli in preparazione della Giornata del 13 maggio.

5 febbraio 2018