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Tiburtino III, Di Tora visita il presidio Croce Rossa

Il presidente della Fondazione Migrantes nei centri di accoglienza per stranieri gestiti dalla Cri romana: «No all’ideologizzazione delle vite di questi uomini. Chi lo fa è in cerca di sconfitte»

Davanti ai cancelli del presidio umanitario di via del Frantoio non ci sono né barricate né picchetti di cittadini esasperati. La vita del quartiere scorre quasi parallela a quella delle 76 persone ospitate dal presidio Croce Rossa di Roma. Dal 2015, anno in cui la magistratura sequestrò l’edificio a una società satellite della “29 giugno” di Salvatore Buzzi, da qui sono passate più di duemila persone. Millesettecento solo lo scorso anno; di queste, 300 sono state inserite nel programma europeo di “relocation”. Oggi restano 48 uomini, 23 donne e 5 bambini. Sono quasi tutti eritrei in attesa di essere trasferiti al centro di accoglienza di Rocca di Papa.

«Questo posto – ha chiarito ieri il responsabile
Giorgio De Acutis durante la visita del presidente della Fondazione Migrantes Guerino Di Tora – serve a togliere i migranti dalla strade per inserirli in un percorso di legalità». Qui frequentano una scuola d’italiano, sono seguiti da psicologi e consulenti legali, cercano d’integrarsi con il quartiere. I «tumulti» (come molti giornali hanno titolato) sono scoppiati a fine agosto: «cittadini delle periferie contro migranti», hanno scritto, «assalto al centro di accoglienza». Ad avere la peggio, in quella occasione, è stato un cittadino eritreo di 40 anni finito in ospedale dopo una coltellata alla schiena giudicata guaribile in 30 giorni. «Il confronto con il quartiere è sempre stato franco – continua De Acutis -, basato sul reciproco rispetto.

L’aria è cambiata quando forze di estrema
destra hanno ideologizzato la nostra presenza cercando di creare malcontento in una comunità che invece si è mostrata tante volte solidale nei confronti dei migranti». C’è stato un presidio per protestare contro alcune politiche di accoglienza (fino a qualche tempo fa c’era uno Sprar sul territorio), «ma non si sono mai verificati, prima di questa estate, episodi di violenze verbali o fisiche». Il quartiere, quello in cui hanno abitato alcuni dei Ragazzi di Vita di Pasolini, non si fa ingannare; nonostante l’estrema destra soffi sul malcontento delle periferie dormitorio, dei palazzoni senza ascensore che intrappolano anziani condannati alla solitudine, delle piazze di spaccio in cui circola tanta eroina quanta era negli anni 80. «Le situazioni di marginalità sono davvero preoccupanti – continua De Acutis -. Se facessimo un giro negli scantinati di questi palazzi troveremmo degrado e cumuli di siringhe». È facile in questi contesti far sì che il migrante diventi il capro espiatorio.

Il vescovo Di Tora è stato poi accompagnato nell’altra struttura gestita dalla Croce Rossa di Roma, a pochi chilometri da via del Frantoio. Si tratta del Centro di accoglienza straordinaria per richiedenti asilo (Cas) che al momento dà rifugio a 150 ospiti. «I tempi di permanenza sono parecchio lunghi – spiega il responsabile dell’area sociale di Cri Roma, Lino Posterato -: fino a due anni. Una volta ottenuta la protezione – nel nostro caso sono già una ventina coloro che ce l’hanno fatta – passeranno agli Sprar, i circuiti di secondo livello». Sono quasi tutti provenienti dall’Africa subsahariana, alcuni sono bengalesi, altri iracheni e afgani.

«Globalizziamo moneta, guerre e merci
ma non riusciamo a globalizzare le persone – ha riflettuto monsignor Di Tora al termine della visita -. Il lavoro che si fa qui evidenzia gli aspetti positivi della questione migratoria; le potenzialità in termini di integrazione e apertura all’uomo che è immagine di Dio». Come Migrantes «abbiamo il compito di costruire una cultura dell’accoglienza nei confronti di chi fugge non semplicemente dalla guerra, ma anche dalla siccità, dalla fame e dalla miseria, dalla morte quotidiana».

Chi vuole «ideologizzare politicamente le vite di questi uomini non è in cerca di soluzioni, ma solo di sconfitte». Conclude raccontando la speranza, monsignor Di Tora; quella che vede negli occhi dei bambini durante le sue visite nelle scuole del quartiere. «Sono i figli d’immigrati che si integrano pienamente con i compagni italiani. Parlano perfettamente la nostra lingua, tifano la Roma o la Lazio: sono tutti italiani, non ancora concittadini».

10 ottobre 2017