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Trump: «È tempo di riconoscere Gerusalemme Capitale di Israele»

Il presidente Usa ha formalizzato la decisione di trasferire l’ambasciata da Tel Aviv alla Città Santa. Netanyahu: «Decisione storica». Abbas: «Distrutti gli sforzi fatti per raggiungere la pace»

Alla fine, la formalizzazione è arrivata: nel tardo pomeriggio di ieri, mercoledì 6 dicembre, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato la decisione di trasferire l’ambasciata americana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. È tempo di riconoscere Gerusalemme Capitale di Israele», ha detto, definendola una «condizione necessaria per raggiungere la pace». Gerusalemme, ha aggiunto, «non è cuore di tre religioni ma della democrazia più riuscita nel mondo».

Trump ha parlato dalla stanza dei diplomatici della Casa Bianca, analizzando gli errori dei suoi predecessori e la mancanza di coraggio nelle decisioni e rimarcando l’esigenza di «un nuovo approccio per risolvere il conflitto tra Israele e i palestinesi». Già nel 1995, ha ricordato, il Congresso aveva deciso il trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme, ribadito anche dal Senato 6 mesi fa, ma «per debolezza nessuno aveva agito». Quindi ha ribadito la sua determinazione nel «riconoscere Gerusalemme come Capitale di Israele», non solo «per i migliori interessi americani» ma anche «per la pace tra Israele e i palestinesi».

Nelle parole di Trump non compare mai lo “Stato palestinese” ma solo “i palestinesi”, a marcare sottilmente il mancato riconoscimento della nazione. Ogni nazione sovrana, è la teoria del presidente Usa, deve poter determinare la propria Capitale e «Israele è una nazione sovrana e Gerusalemme oggi è la casa del moderno governo israeliano, del Parlamento, della Corte suprema, del primo ministro e del presidente». La Città Santa dunque «non è solo il cuore delle tre grandi religioni ma è anche il cuore di una delle democrazie di maggior successo nel mondo. Il popolo di Israele ha costruito la nazione con musulmani, cristiani ed ebrei e persone di tutte le fedi e tutte sono libere di vivere e celebrare secondo il loro credo e la loro fede». La stessa Gerusalemme «resta e deve restare il luogo dove gli Ebrei pregano al Muro del Pianto, dove i cristiani camminano sulla via del Calvario e i musulmani offrono il loro culto nella Moschea. Noi oggi riconosciamo solo l’ovvio e che Gerusalemme sia la Capitale di Israele è solo un riconoscimento della realtà, qualcosa che andava fatto».

Per il trasferimento dell’ambasciata è stato allertato il dipartimento di Stato americano. L’obiettivo: realizzare un edificio adeguato che diventi «un tributo alla pace». Gli Stati Uniti infatti, ha rimarcato il presidente, non intendono abbandonare l’impegno per la pace. «Noi vogliamo un accordo che si riveli un grande affare per Israele e un grande affare per i palestinesi e non prendiamo una posizione anche sulla questione dei confini interni a Gerusalemme e di quelli esterni». Il riferimento naturalmente è alla questione dei territori palestinesi, che Trump ha evitato di nominare in tutto il suo discorso. Inevitabile il richiamo «alla tolleranza, alla calma, alla moderazione in tutta le regione del Medioriente», nella consapevolezza che «Gerusalemme resta un tema sensibile». Ancora, nelle parole di Trump il riferimento a pace e sicurezza come «strumenti per sconfiggere il terrorismo e per espellere gli estremismi in tutta la regione». Da ultimo un appello  ai leaders di tutte le fedi perché si uniscano nel comune obiettivo di una «pace durevole per tutti».

Immediata la replica del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres: «Non c’è alternativa alla soluzione dei due Stati che vivono fianco a fianco. Non c’è un piano B». Solo «realizzando la visione di due Stati che vivono fianco a fianco ci sarà la pace nella regione». Gerusalemme, ha dichiarato, dovrà essere la Capitale «di Israele e Palestina». Quindi ha assicurato: «Farò tutto quello che è in mio potere come segretario generale delle Nazioni Unite per sostenere i leader palestinesi e israeliani a portate avanti negoziati significativi per realizzare una visione duratura di pace per questi due popoli». Affidata a Twitter invece la reazione del premier italiano Paolo Gentiloni: «Il futuro di Gerusalemme va definito nell’ambito del processo di pace basato sui due Stati, Israele e Palestina».

Parla di «pietra miliare» il primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu. «Il nostro obiettivo è la pace – ha dichiarato – e noi continueremo a collaborare con il presidente Trump e la sua squadra»; quindi ha invitato gli altri Paesi a seguire l’esempio degli Stati Uniti. «Voglio dire con chiarezza che non ci saranno cambiamenti dello status quo riguardo i luoghi sacri – la promessa -. Israele assicurerà sempre libertà di preghiera per cristiani, ebrei e musulmani senza distinzione». Infine il «grazie» a Trump per la «decisione storica di oggi. Il popolo ebraico e lo stato ebraico le saranno per sempre grati».

Di segno opposto, naturalmente, la reazione del presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas, secondo cui questo passo del presidente Usa «distrugge tutti gli sforzi che sono stati fatti per raggiungere la pace» e segna «l’uscita degli Stati Uniti dai negoziati del processo di pace». La decisione americana, ha evidenziato rivolgendosi alla popolazione dalla televisione, dà «legittimità e incoraggiamento a continuare la politica di occupazione». Non solo: «Servirà ai gruppi terroristici a trasformare il conflitto nella nostra regione in una guerra religiosa». Nelle parole di Abbas ricorre più volte il riferimento ai Paesi amici, alla comunità internazionale e alla comunità araba con cui nei prossimi giorni cercherà «la risposta» e una via di «negoziazione», per ritrovare «coraggio per l’unità e la vittoria del nostro popolo per la libertà e l’indipendenza».

Il presidente dell’Autorità palestinese ha annunciato a breve un «incontro di emergenza» nei prossimi giorni, con l’obiettivo di «definire la strategia per la liberazione della Palestina». Gerusalemme, ha continuato, «è una città di pace ed è e sarà la capitale della Palestina per sempre. Non ci saranno decisioni che lo potranno cambiare», perché non si possono «cambiare la storia e l’identità di Gerusalemme».  Anche la decisione di Trump dunque «non cambierà la storia di Gerusalemme e non darà nessuna legittimità a Israele su questo argomento». Netta la conclusione: «Con la nostra resistenza e la nostra fede, i nostri diritti e la nostra unità nazionale e la nostra posizione, con i nostri amici islamici e arabi e in tutto il mondo, lotteremo per difendere una Gerusalemme di pace e di libertà e raggiungeremo l’indipendenza nazionale».

7 dicembre 2017