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“Tumulto”, diagnosi impietosa del fallimento del ’68

Il lavoro dello scrittore Hans Magnus Enzensberger: opera di memorie in cui figure di politici e artisti si intrecciano con gli amici del narratore

Il lavoro dello scrittore tedesco Hans Magnus Enzensberger: un’opera di memorie dove figure storiche di politici e artisti si intrecciano con gli amici del narratore

Hans Magnus Enzensberger, nato nel 1929 a Kaufbeuren, in Svevia, ha attraversato il ventesimo secolo con il piglio sbarazzino dell’anarchico individualista, capace di transitare nei territori della filosofia senza occuparli mai stabilmente e in quelli della letteratura conservando il disincanto critico del saggista malizioso, quasi tenendo a distanza ogni passione esclusiva. La medesima repulsione provata da ragazzo di fronte a un milite della gioventù hitleriana che lo aveva invitato a saltare dal muro per dimostrare il proprio coraggio gli consentì di non aderire a nessun manifesto fra quelli che gli sottoposero nella maturità. E così, nel momento in cui si è sentito chiamato a stilare il rendiconto della sua esistenza, lo ha concepito alla maniera di un puzzle: esploso di carte in una partita andata a monte.

Il risultato s’intitola “Tumulto” (Einaudi, pp. 233, traduzione di Daniela Idra, 19,50 euro): più che la cronaca della stagione del Sessantotto, la diagnosi impietosa di un glorioso fallimento politico e generazionale. Lo scrittore riprende alcuni diari composti durante i frequenti viaggi in Unione Sovietica, nel corso dei quali ebbe modo di conoscere perfino Nikita Chruscev, oltre a Masa, che poi sarebbe diventata sua moglie: da quelli parte per impostare un serrato dialogo con se stesso, dal Vietnam alla Cambogia, da Cuba alla Norvegia, passando naturalmente per Berlino, al tempo del Muro e delle radicali contrapposizioni planetarie. Ne deriva un’opera di memorie di singolare sensibilità dove figure storiche di politici e artisti s’intrecciano nel ricordo con gli amici e le amiche del narratore in una continua giustapposizione di riflessioni, poesie, aneddoti, medaglioni privati e pubblici. Il nucleo più intenso è l’autointervista interiore che guida il testo e fa da spartiacque strutturale tra le varie sezioni narrative. Fra il vecchio e il giovane non c’è vera contesa; anche quando sembrano litigare, in realtà si divertono passandosi la battuta l’uno con l’altro.

Ma è proprio nello sfumare del giudizio, dunque nella troppo facile clemenza, che si nasconde la radice dell’amarezza e dunque l’elemento più interessante del libro. Infatti, nonostante l’esibita nonchalance, filtra dalle pagine di questo bilancio senile una specie di ultima allegria alle soglie del baratro: come se la stagione delle rivolte sociali e di costume, successiva ai grandi scontri bellici della prima metà del Novecento, non avesse lasciato altro che la cenere dei sogni infranti nel terrorismo e nei numerosi suicidi dei diretti interessati. Lo stesso Enzensberger, celebrato autore della letteratura tedesca contemporanea, sembra esserne consapevole nei versi coi quali decide di congedarsi dal lettore: «Senza opporre resistenza, tutto sommato, / gli anni Settanta / hanno ingoiato se stessi, / nessuna garanzia per posteri, / turchi e disoccupati. / Che qualcuno li ricordi con indulgenza / sarebbe pretendere troppo».

20 settembre 2016