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“Un anno di scuola”, Stuparich e il senso del tempo perduto

Nelle pagine del professore scrittore, la visione dei suoi giovani irredentisti alla ricerca di un valore in grado di accendere la vita. Tra la prosa d’arte e il racconto lirico

Fra i grandi racconti italiani del Novecento, Un anno di scuola di Giani Stuparich (891–1961), pubblicato per la prima volta nel 1929 e opportunamente ristampato nelle edizioni Quodlibet (pp. 86, con una preziosa postfazione di Giuseppe Sandruni, 13 euro), è forse quello che oggi possiede maggior fascino stilistico per la capacità dell’autore di esprimere, insieme alla storia di un gruppo di ragazzi nella Trieste ancora asburgica prima della Grande Guerra, il senso del tempo perduto che sempre la giovinezza incarna. Alla stessa stregua di uno spettacolo naturale: vedi un tramonto e pensi che domani tornerà, sì, ma non sarà mai uguale a quello appena trascorso; proprio come il sorriso di tuo figlio. In questa chiave il diario scolastico di una “ottava ginnasio”, grumo realistico nell’esistenza del professor Stuparich che al liceo “Dante Alighieri”, set narrativo, insegnò davvero per lunghi anni, è il sigillo di un sentimento estremo.

Sin dalle prime pagine i volti dei giovani protagonisti lanciati alla maniera di sassi verso l’insondabile vetrata del futuro, sembrano avere già dentro di sé il dramma della fine: Pasini e la sua Parigi di miserie e utopie, Mitis dal carattere cieco e irruento, Antero, diviso tra Italia e Istria, ma soprattutto lei, Edda Marty, indimenticabile personaggio femminile, uno dei più belli della letteratura italiana, al tempo stesso timida e sfrontata, mezza austriaca e mezza slava, con una sorella morta presto. Una ragazza che, sfidando le consuetudini, frequenta la classe maschile del liceo dove tutti prima o poi s’innamorano di lei: ma anche quello davvero destinato a starle vicino, Antero, brucerà come gli altri le proprie ali al fuoco appassionato della dolce fanciulla riaffiorando poi nei racconti del compagno Neranz, quando tutto sarà finito, alla medesima stregua di un sogno appena svanito.

Potente nella rappresentazione dello scrittore resta Trieste: una quinta scenografica che compare dietro le passeggiate dei ragazzi con la sua bellezza inattingibile e dolorosa: «Sotto pianeggiava la città con le sue piccole luci fitte sino alla corona più luminosa della riva; il mare buio si fondeva col cielo che solo in alto, dove il bagliore rossastro non giungeva, era smaltato di stelle; lumicini più rari costellavano le masse scure dei colli. Sotto la casa a sinistra ardeva, povero e giallo, l’unico lampione della strada ». Potrebbe sembrare una poesia di Vincenzo Cardarelli. Apriamo invece un’altra pagina molto più in là, quella dell’incontro fra Edda e la madre di Antero, austera e chiusa nel suo egoismo infrangibile, e vedremo come Stuparich avesse in sé le doti del narratore anche tradizionale, capace di costruire intrecci e macchinari vecchio stile. Ai quali tuttavia non ricorse mai, inebriato dalla visione dei suoi giovani irredentisti alla ricerca di un valore in grado di accendere la vita. È stato il limite del romanzo italiano, ma anche la sua unicità.

Prosa d’arte o racconto lirico che dir si voglia, Un anno di scuola sta al centro del canone aureo, dove Eugenio Montale lo collocò, grazie all’ultima pagina vertiginosa quando, come in un finale teatrale, tutti tornano in scena a salutare il lettore quasi chiedendo l’applauso. Ma non sono più di fronte a lui, bensì di spalle, rivolti altrove: Antero raggiunge il gozzo a vela in Istria; Eda, dopo una lunga malattia, parte per un viaggio in Oriente, come Guido Gozzano. Giani Stuparich licenzia così una stagione della vita e ci dice che tutto muore.

16 ottobre 2017