Un progetto accanto alle vittime di reato

Parte dai volontari di Regina Coeli l’idea di uno sportello finalizzato all’assistenza psicologica e legale di chi ha subito violenze e truffe. Motore dell’impegno, il cappellano padre Vittorio Trani

Di sé dice di essere un «ergastolano di fatto», e in un certo senso è vero; perché padre Vittorio Trani aiuta la popolazione carceraria di Roma da quarant’anni. «Noi francescani – racconta – abbiamo la cura pastorale delle carceri per adulti di Roma dal 1947. Io sono subentrato al cappellano di Regina Coeli, morto nel 1978, e da allora sono cambiate molte cose». Padre Vittorio è il fondatore del Vo.Re.Co., acronimo che sta per “Volontari Regina Coeli”, un’associazione che ora conta centodieci iscritti. «Ma quando sono arrivato c’erano tre o quattro operatori, che si davano da fare per tutte le carceri romane. Con il tempo ci siamo strutturati, il gruppo è cresciuto e ha preso questo nome. Adesso abbiamo ristretto la nostra attività soltanto a Regina Coeli».

Oggi, all’età di 74 anni, Trani non solo prosegue la sua attività pastorale, ma inaugura altre iniziative: una di queste, nata meno di un mese fa, è dedicata alle vittime di reati: violenze, rapine, ma non solo. L’iniziativa ha preso avvio da qualche settimana ed è il “Progetto Santa Chiara”. Si deve alla psicologa Adele Macrini, lei stessa volontaria di Vo.Re.Co. da anni: «Abbiamo pensato di dedicarci alle vittime, allargando la nostra utenza anche a chi è estraneo al carcere – dice Macrini – e ci occuperemo di tutti: dal vecchietto truffato dai finti poliziotti alle famiglie di chi è affetto dalla ludopatia, e anche bullismo scolastico e stalking. Garantendo a tutti assistenza psicologica e legale».

Ovviamente gratuita. La ricchezza di questi volontari è in un quotidiano impreziosito dai rapporti umani. Essenziali in un ambiente come questo. Regina Coeli è un carcere particolare perché di prima accoglienza. Vale a dire che si rimane lì fino al primo processo, cioè difficilmente oltre i tre mesi, quindi si viene destinati altrove. Il carcere, come spesso è stato, è uno specchio della società e dei suoi mutamenti. «La droga – sottolinea Trani – ha cambiato la struttura psicologica delle persone; i detenuti sono principalmente persone che provengono da quel mondo, per consumo o spaccio; prima invece c’erano i colpevoli di reati comuni, e talvolta membri della criminalità organizzata. Anche la nazionalità è diversa. Negli anni Ottanta c’era una prevalenza di italiani, poi la maggioranza è diventata straniera: prima nordafricani, poi albanesi. Oggi è preponderante l’elemento rumeno, ma l’intera popolazione carceraria raccoglie persone da sessanta o settanta Paesi diversi. Una specie di piccolo Onu…».

Padre Vittorio lavora ogni giorno insieme ai suoi volontari. Meno di venti sono sacerdoti, poi catechisti, e il resto volontari. Ogni anno, in primavera, ci sono i corsi per la formazione, e a settembre si inizia a lavorare. Chiediamo a padre Vittorio del rapporto con i carcerati e delle attività svolte, che vanno dal sostegno morale a quello materiale, attraverso attività culturali e ricreative. Ci dice che in prigione l’ozio è uno spettro da combattere: «Noi siamo una parrocchia, e certamente una parrocchia sui generis. Con ovvia cautela facciamo catechismo, sport, corsi vari. E dal 21012 abbiamo un centro esterno di appoggio al carcere, per chi è uscito ma ha ancora bisogno di sostegno». Il centro Vo.Re.Co., che ha sede in via della Lungara, impegna però altri spazi e si amplia ad altre missioni. Due in particolare, entrambe nella parrocchia di Santa Dorotea: la prima è lo sportello per le vittime di reato, di cui abbiamo parlato all’inizio, e l’altra è la “Casa dei Papà”, aperta in ottobre, che accoglie le famiglie in difficoltà con bambini ricoverati all’ospedale Bambino Gesù.

 

12 marzo 2018