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“Una doppia verità”, giallo di Hunt dal finale a sorpresa

Nelle sale dal 15 giugno, il film è costruito sul versante del “legal thriller” ed è supportato da un gruppo di attori di forte e sicura esperienza

Nelle sale dal 15 giugno, il film è costruito sul versante del “legal thriller” ed è supportato da un gruppo di attori di forte e sicura esperienza

Torniamo al film “di genere”, ossia quel cinema che non nasconde di muoversi all’interno di meccanismi collaudati, ma allo stesso tempo affronta l’argomento da un punto di vista non usuale. L’occasione è offerta da “Una doppia verità”, un film americano costruito sul versante del “legal thriller” con contorni pertinenti e sfaccettature adeguate. Il film è in sala dal 15 giugno, funzionando anche come avviso di un periodo che ogni anno, a metà di questo mese, caratterizza l’uscita dei nuovi titoli. Ossia una proposta non straordinaria ma più indicata per intercettare storie di immediata lettura e di forte coinvolgimento.

La storia prende il via a New Orleans. Il giovane Mike Lassiter, 17 anni, è accusato di aver ucciso il padre Boone. L’avvocato Richard Ramsey, amico da anni della famiglia Lassiter, si incarica della difesa del ragazzo, dopo aver promesso alla vedova Loretta che farà di tutto per farlo assolvere… «Ciò che ha suscitato il mio interesse per il copione – dice Courtney Hunt, regista al secondo film dopo l’esordio con “Frozen River” (Fiume di ghiaccio), 2008 – è stata la possibilità di considerare il punto di vista di un avvocato difensore in un caso in cui l’imputato si rifiuta di parlare e, così facendo, lo costringe a indagare ancora più profondamente nella mente del suo cliente poiché non solo rappresenta la sua voce in aula, ma anche l’unica a parlare in sua difesa».

Se all’interno del cinema americano il “legal thriller” è diventato un genere dalle molteplici declinazioni e dai differenti spunti narrativi, è anche grazie a film come questo. La complessità delle diverse verità e la serie delle rivelazioni inaspettate rimandano ad alcuni modelli classici, sia metaforici (“Rashomon” di Akira Kurosawa) sia cinematografici (il robusto “La parola ai giurati” di Sidney Lumet). È interessante notare la costruzione attraverso la quale gli sceneggiatori hanno lavorato. Uno di loro ha osservato che mentre lavoravano a un altro progetto, qualcuno ha detto: «Tutti mentono alla sbarra. Ognuno per diversi motivi – umiliazione, coinvolgimento personale, abnegazione – ha qualche forte motivazione per mentire». Scaturisce da qui l’evidente interesse che il racconto suscita nello spettatore.

Solidamente costruito sull’unità di luogo (l’aula di tribunale) e d’azione (il delitto e alcuni indispensabili flashback), il copione ha un andamento di insospettabile tranquillità e repentina calma. Si aspetta il momento climax del verdetto con i personaggi accompagnati da un’indagine psicologica sotterranea e impercettibile. Il taglio della suspense regge e attraversa i fatti con la giusta dose di svelamenti. A supportare il film c’è un opportuno gruppo di attori di forte e sicura esperienza. Nel ruolo dell’avvocato Richard Ramsey c’è Keanu Reeves, che alterna ruoli interessanti con altri francamente poco digeribili. Gabriel Basso è il giovane Mike Lassiter, accusato di avere ucciso il padre, interpretato da Jim Belushi. E Renée Zellweger è Loretta, vedova di Boone, attrice dalla carriera discontinua con punte di rilievo (il personaggio di Bridget Jones) e altre meno incisive. Una proposta per un pubblico senz’altro di appassionati.

19 giugno 2017