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“Ungaretti, poeta”: una fiamma che arde nei versi

In due volumi, la traccia dei legami che intrecciò con la cultura del Vecchio Continente, senza smarrire la speranza di un rinnovamento spirituale

In due volumi dedicati all’artista, la traccia dei legami profondi che intrecciò con la cultura del Vecchio Continente, senza smarrire la speranza di un rinnovamento spirituale

Ungaretti per sempre: è l’espressione che mi viene in mente dopo aver letto Ungaretti e il porto sepolto (Succedeoggi editore), un prezioso volumetto che Leone Piccioni, studioso storico del nostro grande poeta, ha distribuito agli amici, nella stagione estrema della sua esistenza, in poche copie numerate. Consiglierei questo mirabile compendio biografico soprattutto ai giovani che volessero conoscere da vicino la figura dell’uomo di pena: nato ad Alessandria d’Egitto da genitori lucchesi, migrante egli stesso, volontario durante la Grande Guerra, eroe antidannunziano, umanista cristiano. In trincea scrisse su alcuni pezzettini di carta conservati nel tascapane i suoi primi versi folgoranti, grumi di immagini potenti che, negli anni tragici in cui vennero composti, rappresentarono, dal punto di vista formale ed etico, una specie di azzardo.

Troppo spesso Ungaretti, al quale Piccioni, dall’alto della sua esperienza, dedica pagine memorabili, viene degustato come un liquore aromatico, tralasciando o mettendo in secondo piano i legami profondi e distintivi che egli invece intrecciò con la cultura del Vecchio Continente. Oggi abbiamo la possibilità di sondare tale radice antica e ramificata grazie a un altro importante volume, Ungaretti, poeta (pp. 285, Marsilio, 17 euro), nel quale Carlo Ossola, rovistando nel proprio continente interiore, spiega in che senso questo scrittore attraversò il travaglio del ventesimo secolo senza smarrire la speranza di un rinnovamento spirituale. Il cuore del libro batte nel capitolo dedicato a Francesco Petrarca, a cui il professor Ungaretti, ordinario di letteratura italiana all’università di San Paolo in Brasile, dedicò alcune indimenticabili lezioni. La sabbia che scorre dentro la clessidra reca in sé, come un intimo annuncio, la fine del tempo.

D’improvviso la solitudine del soldato in trincea, nello strapiombo della giovinezza, da cui aveva preso alimento la prima intuizione lirica, scopre nella maturità delle successive raccolte una trasparenza nuova, legata al sentimento di una luce coatta, come quella di Paul Celan, che tradusse in tedesco La terra promessa. Non il luogo mentale di Mallarmé, il muro cieco del nulla chimico, bensì la cenere che viene dopo il fuoco. Cos’è la poesia, allora, se non Ist wieder, ripetere il nome? Sempre Ossola, sul filo spericolato del Novecento: «Rinnovare la ferita, perché non coaguli, non pietrifichi». Ecco allora che perfino Mattina, il celeberrimo distico tante volte recitato dagli studenti, sul quale lo stesso Piccioni si sofferma con profitto, «M’illumino d’immenso», diventa, retroattivamente, ancora più esplosivo. Meno liquidabile in senso puramente vitalistico. Non solo e non tanto il chiarore di un nuovo giorno, capace di dissipare le tenebre della notte, quanto uno stato di accordo e accettazione nei confronti del mondo: una fiamma che arde e sopravvive nel bagliore. Ti sei avvicinato al sole. Hai bruciato le tue ali. Eppure da quell’ustione puoi ricavare il concime luminoso grazie al quale scrivi. Per evitare che il nostro sogno si azzeri. Ancora una volta il sasso levigato dal fiume, certo, ma anche una parola che ci consente di continuare a nutrire fiducia verso il futuro.

20 febbraio 2017