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Venezia, il Premio Bresson a Verdone

Un riconoscimento che certifica un passaggio: la commedia italiana non serve solo a ridere bensì a mettere a nudo difetti, situazioni precarie, difficoltà esistenziali, problemi e speranze dell’uomo

La 71ª edizione della Mostra del cinema di Venezia si è chiusa sabato 6 settembre con la serata di assegnazione dei Leoni d’oro. Sulle scelte della giuria internazionale presieduta dal musicista francese Alexandre Desplat torneremo al momento dell’uscita nelle sale dei singoli film. Aggiungendo che a fare da cornice al cartellone dei titoli c’è stato un ricco contorno di iniziative, almeno una delle quali merita segnalazione perché legata da vicino a Roma e al cinema che della Roma contemporanea è da tempo immagine fedele e veritiera.

La Fondazione Ente dello Spettacolo ha infatti assegnato il Premio Robert Bresson a Carlo Verdone, conferito da monsignor Enrico Solmi, vescovo di Parma. Toccati i sessanta anni e con oltre trenta di carriera alle spalle, Carlo Verdone ha cominciato dalla esplorazione dei fenomeni giovanili di fine anni Settanta (Un sacco bello, il primo film, è del 1979) per arrivare oggi a rappresentare con efficacia e vigore problemi e speranze dell’italiano incerto, deluso ma non rassegnato (Posti in piedi in paradiso, 2013).

Verdone e un premio che certifica un passaggio: la commedia italiana non serve solo a ridere bensì a mettere a nudo difetti, situazioni precarie, difficoltà esistenziali. Insomma il difficile cammino alla ricerca di un significato anche spirituale dell’esistenza. Si tratta di un bel passo avanti rispetto a una situazione che definiva cinema «impegnato» solo quello segnato da venature problematiche e drammatiche. Che naturalmente non scompaiono e anzi trovano imprevista accoglienza in un film di cui occuparsi perché in linea con il calendario. Si parla della scuola, e il film, in arrivo nelle sale in questo mese, è Class Enemy. Si tratta di una produzione slovena, e il copione prende il via quando, in vista dell’imminente maternità, la professoressa presenta il sostituto Robert.

Molto duro nei metodi, l’uomo mette in difficoltà Sabine, studentessa particolarmente sensibile, la quale non trova la forza per reagire e si toglie la vita. Con misura e coerenza, il racconto tira le fila di una dialettica ad alta tensione che sfocia in un taglio drammaturgico intenso e calibrato: cercando di far procedere torti e ragioni all’interno di un confronto aspro e senza retorica. Un film utile e importante per tornare a parlare apertamente dei problemi della scuola. Insieme a La classe di Laurent Cantet (2008), Il rosso e il blu di Giuseppe Piccioni (2012), Monsieur Lazhar di Philippe Falardeau (2012), ecco un cinema che favorisce il confronto e aiuta il confronto di idee tra studenti, professori, genitori.