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«Verità, giudizio, misericordia»: parole chiave per interpretare il dramma dell’aborto

Nella Settimana della famiglia, la tavola rotonda sull’interruzione di gravidanza e la cura delle «donne ferite». La testimonianza di Beatrice Fazi

Nella Settimana della famiglia, la tavola rotonda alla Lateranense dedicata all’interruzione di gravidanza e alla cura delle «donne ferite». La testimonianza di Beatrice Fazi

«Avevo alimentato dei sensi di colpa mostruosi». Ha raccontato una storia molto privata, Beatrice Fazi, “Melina” di “Un medico in famiglia”, seguita fiction Rai. Anoressia, bulimia e disordini affettivi, causati dalla decisione a 20 anni di abortire, da sola, per colpa della la vergogna di confrontarsi con la sua famiglia. «Interruzione di gravidanza non rende l’orrore dell’omicidio che io ho commesso», ha detto intervenendo al convegno “La solitudine del post-aborto: prendersi cura delle donne ferite”, organizzato ieri, 6 ottobre, alla Lateranense, nell’ambito della Settimana per la famiglia, a cura del Movimento per la Vita romano. Dopo il benvenuto del rettore Enrico Dal Covolo, la questione del “giudizio” è tornata più volte nei discorsi dei relatori, moderati dal presidente del Movimento romano Antonio Ventura.

Psichiatra e presidente dell’istituto di terapia cognitivo-interpersonale, Tonino Cantelmi ha spiegato che le donne che abortiscono hanno più possibilità di incorrere in problemi psicologici. «In Italia però non abbiamo condotto studi scientifici su questo – ha evidenziato -; chi lo fa è come se volesse rompere un totem». Secondo il medico bisognerebbe informare le donne su questo prima di decidere se abortire, e alla luce di questo allo stesso modo ascoltare il dolore che consegue all’intervento. Come avviene nell’esperienza riportata da don Maurizio Gagliardini, presidente di “Difendere la vita con Maria”, che ha ha istituito un numero verde proprio per aiutare le coppe che non hanno superato il trauma dell’aborto e si occupa della «sepoltura di bambini non nati», in convenzione con il Sant’Anna di Torino e l’ospedale di Biella. «Secondo il nostro vescovo, Franco Giulio Brambilla – ha spiegato – tutto doveva essere fatto con discrezione e competenza». Tra le storie riportate dal prete, quella di una ragazza incinta di 17 anni, portata dalla zia al funerale di un bambino non nato. La ragazza, ha riferito, «disse a tutti: “non farò più l’aborto”». Per il sacerdote, è fondamentale elaborare il “peccato”: «Se il complesso di colpa incontra Dio, allora il senso del peccato trova la soluzione».

Secondo monsignor Andrea Manto, direttore del Centro diocesano per la pastorale sanitaria, tre sono le parole fondamentali con cui interpretare questa realtà: «Verità, giudizio, misericordia». La «verità», ha detto, è che «se noi non ammettiamo la gravità di questo male, davvero continuiamo a fare del male alla società e alla persona». La «verità», ha proseguito il vescovo, però può diventare «clava». Bisogna avere «il coraggio di parlare di giudizio: dobbiamo fare attenzione a non rendere noi stessi Dio e a dare l’ultimo giudizio». La «misericordia» è l’unica strada.

«Il bene esiste, il male esiste», ha affermato poi l’onorevole Olimpia Tarzia, tra i fondatori del Movimento per la Vita, aggiungendo che l’aborto ogni anno provoca più vittime «della seconda guerra mondiale». Quindi ha concluso: «Noi abbiamo scelto la vita». Per la giornalista Rai Benedetta Rinaldi, «un pubblico televisivo resterebbe a bocca aperta. Tutti – ha osservato – facciamo finta di essere affezionati a questa legge sull’aborto, ma tutti soffriamo internamente». La Rai, ha specificato poi la giornalista, non è contraria a dare spazio a questo punto di vista.

7 ottobre 2016