L'informazione della Diocesi di Roma

Vertice di Tallinn, le ong: «Salvare vite umane resti la priorità»

Il Coordinamento delle Ong internazionali chiede vie legali di accesso e il rispetto dei diritti umani: «Codice di condotta è diritto internazionale»

Il Coordinamento delle Ong internazionali chiede vie legali di accesso e il rispetto dei diritti umani: «Codice di condotta è diritto internazionale» 

La priorità deve restare quella di salvare vite umane. Lo sottolineano chiaramente le ong nazionali e internazionali, mentre a Tallinn, in Estonia, è ancora in corso il vertice dei ministri dell’Interno Ue sulle migrazioni. La preoccupazione è che con le nuove disposizioni, innanzitutto col nuovo codice di condotta per il salvataggio in mare, che prevede regole ferree per le organizzazioni non governative operanti nel Mediterraneo, aumenti la lunga lista dei morti in mare.

«Il codice di condotta c’è già, ed è quello regolato dal diritto internazionale e del mare: quello che sembra urgente è invece un codice di condotta per l’Europa per evitare le morti nel Mediterraneo, rafforzare la missione di search and rescue “istituzionale” e rimettere al centro delle politiche migratorie dei singoli Stati e dell’Europa il rispetto dei diritti umani e dei diritti dei migranti – sottolinea Antonio Raimondi, portavoce del Cini, il coordinamento italiano ngo internazionali, composto da ActionAid, Amref, Cbm, Save the Children, Terre des hommes e Volontariato Internazionale per lo Sviluppo-Vis -. I governi stanno occupando principalmente del contrasto all’immigrazione e di regolamentare l’azione delle ong. Ma se le ong sono nel Mediterraneo, sotto il coordinamento della guardia costiera italiana, è perché si trovano a coprire una mancanza di responsabilità condivisa, anche per quanto riguarda l’imperativo umanitario di salvare vite in mare».

Il Cini chiede al governo italiano di non sottrarsi agli obblighi di soccorso e alla responsabilità in materia di assistenza e solidarietà, ma di far sentire la propria voce per richiedere agli altri Stati dell’Unione europea collaborazione e rispetto degli impegni assunti. «A livello europeo, il dibattito sulle migrazioni sembra concentrarsi sui numeri di quella che viene dipinta come un’emergenza insostenibile, sull’azione delle ong come pull factor e non sull’imperativo umanitario per gli Stati di salvare vite, né tantomeno sui diritti delle persone – scrivono in una nota -. Anche il Piano d’Azione della Commissione europea per supportare l’Italia e ridurre il flusso dei migranti dal Nordafrica – presentato il 4 luglio a Strasburgo – ha molti punti critici, a partire dall’intenzione di rafforzare la collaborazione con la Libia per consolidare i controlli sulla frontiera meridionale bloccando i migranti nel deserto. La Libia non può infatti considerarsi un paese sicuro dove poter rinviare i migranti o creare un centro di coordinamento dei soccorsi in mare. Sarebbe un grave errore, delegare la gestione e il controllo dei flussi migratori a un Paese la cui guardia costiera è sotto osservazione da parte della Corte Internazionale Penale dell’Aja per crimini contro l’umanità, perpetrati proprio contro i migranti che cercano di attraversare il territorio libico».

«Non bisogna infine dimenticare che la Libia
è un paese politicamente frammentato e difficilmente tutte le fazioni al potere accetteranno di trasformare la Libia in un “centro di raccolta” dei migranti africani. Solo istituendo dei canali regolari e sicuri si potrebbe pensare ad un accordo che permetta la chiusura delle rotte migratorie regolari. Si chiede all’Unione europea e ai suoi stati membri di adottare una nuova politica migratoria centrata su canali di accesso  regolari; di non procedere con l’esternalizzazione delle frontiere e del diritto d’asilo; di rispettare e implementare i programmi di resettlement e di relocation (fino ad oggi riservata a quelle nazionalità per cui il tasso di riconoscimento della protezione internazionale è pari o superiore al 75%, sulla base dei dati Eurostat relativi all’ultimo quadrimestre); di sospendere l’accordo di Dublino e introdurre visti umanitari temporanei per accedere ad altri paesi Ue».

Anche Concord Europe (confederazione di 2600 ong di 28 Paesi europei) si dice preoccupata dopo le recenti dichiarazioni in merito alla gestione dei flussi migratori a livello europeo: sia per le minacce italiane di chiudere i propri porti alle navi che per il codice di condotta per le ong. La paura è che le nuove misure possano limitare la loro azione nel mar Mediterraneo, spostando l’attenzione, dalla mancanza di solidarietà tra gli Stati membri, alle organizzazioni della società civile. «È fondamentale evitare qualsiasi restrizione che possa ostacolare la capacità delle ong e di qualsiasi altro attore di rispondere all’imperativo umanitario di salvare vite umane in pericolo» dichiara Francesco Petrelli, portavoce di Concord Italia. «Riscrivere le regole di ingaggio per le organizzazioni della società civile non dovrebbe compromettere gli obblighi internazionali e i Trattati ratificati da tutti i paesi dell’Unione Europea. Se l’Ue è convinta della necessità di un codice di condotta, allora esso deve essere discusso con tutte le parti in causa, in particolare con le Ong e le organizzazioni umanitarie».

Per Concord è urgente arrivare ad un accordo
equo a livello europeo «Questa proposta riflette la volontà politica di non affrontare i veri problemi. Uomini, donne e bambini stanno fuggendo da violenza e conflitti mettendo a rischio la propria vita perché gli Stati Membri non si assumono la responsabilità di garantire canali di ingresso legali e sicuri per le persone che necessitano di protezione internazionale. Situazioni drammatiche lungo le coste libiche potrebbero essere evitate, ma un codice di condotta per le Ong che sostituiscono gli Stati Membri che non fanno il loro dovere non è la risposta giusta» dichiara Adeline Mazier, Segretario Generale di Coordination Sud, la piattaforma nazionale francese membro di Concord Europe.

E proprio in concomitanza col vertice di Tallinn Amnesty International ha lanciato l’appello “io scelgo di salvare vite” ricordando che il 2016 è stato un anno di morte per i rifugiati che hanno provato ad attraversare il Mediterraneo centrale. Sono stati infatti più di 4.500 gli uomini, le donne e i bambini «che sono annegati o scomparsi mentre fuggivano su barche sovraffollate, non adatte a quel genere di traversata. E, in questi mesi del 2017, molte altre vite sono già andate perdute – sottolinea Amnesty -. Nonostante ciò, i governi europei hanno ridotto il numero di navi impegnate nel soccorso in mare, lasciando alle Ong il compito di salvare vite».

Per l’organizzazione invece di salvare
vite umane e di offrire percorsi sicuri per le persone che si imbarcano in queste disperate traversate, «l’Europa e suoi stati membri hanno iniziato a collaborare con le autorità libiche per consentire loro di intercettare rifugiati e migranti e riportarli in Libia, dove sono detenuti e sottoposti a terribili abusi, tra cui tortura e stupro – continua la nota -. Aiutare le persone in pericolo di vita nel Mediterraneo per riportarle nell’inferno in Libia non significa salvarle. Salvare vite in mare è un dovere morale e giuridico, così come lo sono garantire protezione e assistenza».

7 luglio 2017