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“Wilderness”, l’esordio di Lance Weller nella narrativa

Il romanzo ispirato a una delle più sanguinose battaglie della Guerra civile americana. Una narrazione di inconsueto repiro epico

Il romanzo ispirato a una delle più sanguinose battaglie della Guerra civile americana. Una narrazione di inconsueto respiro epico, incentrata sulla figura di un anziano reduce

La battaglia di Wilderness fu una delle più sanguinose della Guerra civile americana perché si svolse fra i boschi della Virginia occidentale, lungo le rive del Rapidan, coi soldati dilaniati dalle bombe e dalle schegge degli alberi frantumati: una ferita indelebile nel cuore del Nuovo Continente, senza vinti né vincitori, ma con migliaia di vittime, al tempo in cui due Stati, l’unionista, democratico, e il confederato, ancora schiavista, si contendevano il predominio del territorio.

A tale tragico episodio s’ispira il primo romanzo di Lance Weller, Wilderness, uscito sei anni fa negli Usa ed ora tradotto in Italia da Gabriella Tonoli (Keller, pp. 343, 17,50 euro). Una narrazione di inconsueto respiro epico che mette al centro la figura di Abel Truman, anziano reduce il quale, dopo aver conosciuto gli orrori bellici, peraltro nella schiera sbagliata – quella sudista – sceglie di vivere in solitudine con l’amatissimo cane sulla costa del Pacifico, alla massima distanza possibile dai teatri di guerra della sua gioventù. Tuttavia anche laggiù, di fronte al tempestoso e magnifico oceano dove lui vorrebbe annegare, lo perseguitano i ricordi della famiglia perduta ancor prima di arruolarsi. Il male umano lo assedia perfino nell’estrema stagione trascinandolo nel gorgo insieme a una coppia di amici che avrebbe voluto aiutarlo. L’unica speranza resta incisa negli occhi rovinati della piccola Jane Dao–ming, posta in salvo da Abel: sarà lei a raccontare, tanti anni dopo nell’ospizio dove è ricoverata, le vicende di questo suo padre adottivo al quale deve la vita.

Due sembrano essere i fari letterari di Lance Weller (che è nato e vive nello Stato di Washington): da una parte lo Stephen Crane del Segno rosso del coraggio, di cui sentiamo la presenza nelle splendide rievocazioni delle scene di guerra (l’elemento araldico nelle lunghe carrellate sui soldati impegnati a sopravvivere dentro la bolgia degli scontri a fuoco); dall’altra il Jack London del Richiamo della foresta, soprattutto nelle descrizioni, dolcissime e asciutte al tempo stesso, del rapporto affettuoso fra il protagonista e il cane: fra le pagine più intense del libro.

Innegabilmente personale risulta il sentimento dello spazio selvaggio che regna nelle foreste nord-occidentali quando scendono a precipizio sulle rive ammassate di tronchi: «Reliquiari naturali che custodiscono le ossa secche di uccelli e pesci, procioni e foche, e le tristi spoglie di marinai annegati, trasportati dalla corrente e dalla marea fino dall’Asia». Sono questi gli scorci in cui Lance Weller dimostra di possedere un talento speciale che, assai presumibilmente, darà ulteriori frutti in futuro. Il vecchio Abel, vissuto sempre da solo, non sa parlare ai bambini. Descrive così alla piccola Dao–ming le stelle e i pianeti dei cieli: «La fascia pallida della Via Lattea. Il fiero Orione nella sua cintura scintillante. Le rovine maestose della luna piena d’autunno e Marte distante, che infiammava il sangue degli uomini alla guerra».

28 novembre 2016