A Rebibbia la mostra “Essere madre, oltre la pena”

In mostra gli scatti delle detenute, frutto di un laboratorio di tre mesi con Natascia Aquilano. Le donne della sezione nido davanti e dietro all’obiettivo

«Andare oltre le sbarre, il pregiudizio, lo stereotipo e vedere piuttosto l’umanità di madri e di figli». La fotografa Natascia Aquilano spiega così  il senso della Mostra “Essere madre, oltre la pena”, presentata oggi, 13 gennaio, nella Casetta Koinè della Casa circondariale femminile di Rebibbia. Il progetto è il risultato finale di un laboratorio fotografico educativo, formativo ed emotivo, ideato e portato avanti per tre mesi da Aquilano insieme all’educatrice Luciana Mascia, in collaborazione con la onlus ProPositivi, appositamente dedicato alle madri detenute della sezione nido di Rebibbia e ai loro bambini.

«L’idea del laboratorio fotografico – spiega Aquilano – nasce dal desiderio di andare oltre la realtà del carcere e cercare innanzitutto le relazioni tra le persone. Sia le donne detenute, in quanto prima e soprattutto madri, che i loro bambini sono stati non solo i soggetti delle foto ma anche in molti casi gli autori. Le abbiamo infatti aiutate a realizzarle, eseguendo una serie di scatti a tema, e attraverso questo a lavorare sulla relazione con i loro bimbi». Infatti, prosegue la fotografa, «in un posto come il nido del carcere sembra prevalere il loro ruolo di madri, quasi fosse un’etichetta, più che la relazione con i loro bambini. A questo si aggiunge un ulteriore stigma che è quello di essere delle recluse, anche se nel mio lavoro con loro non ho voluto conoscere i motivi della loro pena. Non è stato semplice ma come fotografa ho puntato innanzitutto a rappresentare delle persone».

La mostra comprende sia gli scatti realizzati e scelti dalle detenute che le foto scattate durante il laboratorio da Aquilano, «così da avere una doppia inquadratura sulla nuova relazione», spiegano le curatrici del progetto. «Con delicatezza e determinazione – aggiungono -, la mostra fotografica vuole invitare tutti a oltrepassare la cinta muraria e ad avvicinarsi a una realtà troppo spesso ignorata. Queste immagini non spiegano cosa avviene nella sezione nido del carcere di Rebibbia ma sollecitano profonde riflessioni sulla condizione anche dei 56 bambini sotto ai 3 anni attualmente presenti nelle carceri italiane insieme alle loro madri. Un bambino è erede del contesto in cui nasce e cresce, non lo sceglie – chiariscono ancora le curatrici -, pertanto ha il diritto di essere felice ovunque si trovi. Questo, nel caso specifico, succede solo se si cambia il modo di intendere e vivere la pena, che è non solo possibile ma sempre più necessario».

Alla fine di questa esperienza, «che vorrei potesse andare anche oltre le mura di Rebibbia, mi porto dietro le tante esperienze e conoscenze fatte con le madri e i loro bimbi – è il bilancio della fotografa -. Le foto, che dopo la presentazione del 13 andranno ad abbellire gli spazi del carcere, non spiegano tutto, a partire dal perché quelle donne sono lì, e nelle foto quasi mai si rappresenta in maniera esplicita il carcere, ma volevo raccontare la loro realtà che è fatta dei sapori di un buon caffè, di un abito tagliato ad arte o del profumo della loro cucina, perché quella è la loro vita di tutti i giorni». (Francesco Spagnolo)

13 gennaio 2020