A Tor de’ Cenci, un consultorio per trasformare la rabbia in speranza

Il Centro per la promozione della famiglia Mater Salvatoris, sostenuto con i fondi dell’8xmille alla Chiesa cattolica, è gestito dall’Apostolato accademico salvatoriano. Il presidente Luparia: «Non siamo uno sfasciacarrozze ma un’officina. Non buttiamo, ripariamo»

Giardini con erba alta, aiuole con i fiori. Tor de’ Cenci, nella periferia sud della Capitale, è un quartiere dove vivono molte famiglie tra grandi palazzi e case con giardino. È lì che opera il Centro per la promozione della famiglia Mater Salvatoris. «Non siamo uno sfasciacarrozze ma un’officina. Non buttiamo, ripariamo», scherza il diacono Marco Ermes Luparia, psicoterapeuta e presidente dell’Apostolato accademico salvatoriano, da cui dipende il centro. Un consultorio, che insieme a quello di Acilia e di Gregna Sant’Andrea, offre il proprio sostegno a singoli, coppie, giovani e anziani con l’aiuto di psicologi, psicoterapeuti e psichiatri, con i fondi dell’8xmille. «Qui vengono persone piene di dolore, confusione, sconcerto, qualche volta con la voglia di distruggere tutto. Io faccio il primo colloquio. Dal primo incontro cerco di trasformare la rabbia in speranza», racconta Ermes.

Intanto arriva Stefania, frequenta il centro da un anno e vive ad Acilia. «È stata mia figlia a spingermi da uno psicoterapeuta», dice. Al consultorio la salutano tutti. Stefania è socievole, allegra, solare, disponibile. Ma dietro al suo sorriso, degli angoli bui. «Le cose che mi fanno male le elimino e non le ricordo. Così è stato per il mio matrimonio, il suicidio di mio padre, la morte di mio fratello. La psicologa mi aiuta ad aprire la cassettiera dei ricordi, per poi chiuderla definitivamente. Qui ho trovato comprensione e professionalità», racconta. «Mio padre è la ferita più grande, non ho mai accettato che si fosse sparato. Era in Zimbabwe Rhodesia». Scorre così la cassettiera dei ricordi. «Con il matrimonio arriva l’altra ferita. Quando mia figlia aveva 8 anni ho scoperto il tradimento di mio marito. Ma sono andata avanti, perché non volevo che mia figlia crescesse senza un padre come era successo a me». Sorride e mentre saluta dice: «Ogni giorno è un miracolo. Non ho avuto il marito che volevo ma ho una figlia straordinaria».

In questa officina c’è un’equipe attenta, come racconta Cristina Bernieri, che ci lavora da quasi 10 anni. «Si rivolgono a noi più donne che uomini». Per avere informazioni si può chiamare lo 06.97612477 o il 373.8212149. C’è una grande fragilità negli adolescenti: «Pesa l’assenza di entrambi i genitori – spiega Ermes -; spesso ci troviamo di fronte a una famiglia bulla. Il turpiloquio e la violenza verbale i giovani le imparano tra le mura di casa». Mettere le dita nelle piaghe. Questa la vocazione dei Salvatoriani, fondati da padre Francesco Maria della Croce Jordan nel 1881. Fu lui a porre le basi per la nascita dell’associazione dei Salvatoriani laici. I consultori sono l’anima della loro azione perché entrano nel tessuto sociale. «Il nostro patrimonio sono decine di migliaia di ore di ascolto – prosegue il diacono -. In questi anni si è evoluto il disagio sociale. Si è indebolito il concetto di amore, che è molto viscerale. Spesso è l’incontro di due narcisismi. C’è un relativismo sentimentale per cui la relazione è bella finché dura. È un legame debole, basta poco per romperlo, anche motivazioni banali: la famiglia si sgretola sul niente».

Per questo, secondo Ermes, vanno rivisti i corsi prematrimoniali. «Dovrebbero far interrogare sul senso di quel che si sta facendo e su dove si vuole andare». I Salvatoriani fanno attività di sostegno per la famiglia, la scuola e la formazione dei religiosi. «C’è una debolezza dell’identità di sacerdoti e di genere. La formazione è troppo sbilanciata a favore della brillantezza intellettuale. Noi lavoriamo per rinsaldare la struttura caratteriale e dare consapevolezza del proprio ruolo. Affrontiamo vari temi. Ne cito qualcuno: sessualità, identità, autorità, autorevolezza, valore del celibato, comunicazione. Il sacerdozio prevede una donazione al 100%». Ma quando è stato il momento più difficile? «Cinque, sei  anni fa con l’esplosione del fenomeno della pedofilia. Papa Benedetto ha scoperchiato il vaso, Francesco ha guardato dentro per vedere cosa stesse accadendo. Noi non siamo a fianco della Chiesa, a supporto, ma dentro la Chiesa», sottolinea Ermes.

Un cantiere aperto, dove i bulloni e le viti sono la speranza e l’amore, capaci di sanare ciò che è rotto, come testimonia una famiglia che da quattro anni frequenta il centro. «Nel 2010 è stato diagnosticato un cancro al cervelletto a nostra figlia secondogenita. È stata un’esperienza durissima con 2 anni di ospedalizzazione», racconta papà Francesco. «La nostra figlia maggiore ha cominciato anche lei ad avere dei disturbi: era bloccata da tante paure. Si è chiusa in se stessa. Non aveva amicizie. Ha vissuto in modo traumatico la malattia della sorella». Mamma Fabiola spiega che «un’esperienza del genere è uno tsunami. Ci siamo sorretti a vicenda. Dove non arriva la nostra forza, ci affidiamo al buon Dio».

Per il tumore la piccola Federica ha subito vari interventi chirurgici. «Non può ridere dall’età di 6 anni. Il sorriso che ricordo è sulla barella quando è entrata in ospedale – dice mamma Fabiola -. Noi abbiamo un miracolo che cammina per casa. Ogni giorno è un regalo. Quest’esperienza ci ha insegnato a sorridere per tutto, anche per le piccole cose, che non sono scontate. Abbiamo cercato la leggerezza di cuore». Quando è uscita dall’ospedale Federica ha chiesto una bicicletta. «Ha insistito talmente tanto che siamo andati in un negozio. Lei è entrata in sedia a rotelle ed è uscita in bicicletta», racconta il padre. A spingere i pedali la voglia di vivere.

5 luglio 2018