Aborti affidati alle ostetriche, «proposta pericolosa»
I rischi del Ddl presentato in Senato denunciati all’incontro diocesano sul messaggio dei vescovi in vista della Giornata per la vita. Riaffermato il ruolo delle ostetriche come “custodi della vita”. Monsignor Manto: «Ripartire da una cultura della verità, dell’accoglienza e dell’incontro»
“Prima i bambini”. Il tema della 48ª Giornata nazionale per la vita, che si celebra il 1 febbraio, è stato al centro ieri, 29 gennaio, di un incontro al Palazzo Lateranense focalizzato sulla difesa della vita nascente, sulla salute delle donne e sul ruolo delle ostetriche. «Stiamo andando incontro a un suicidio demografico e i comportamenti contro i bambini, come non farli nascere, minano il futuro dell’umanità», ha spiegato monsignor Andrea Manto, vicario episcopale per la Cura delle età e della vita. «Dobbiamo quindi ripartire da una cultura della verità, dell’accoglienza e dell’incontro, come insegnano le storie delle donne aiutate dai Cav di Roma», alcune delle quali presenti all’evento proprio su invito di monsignor Manto.
Il ruolo di “custodi della vita” delle ostetriche è stato al centro dell’incontro durante il quale Assunta Lombardi, segretario generale della Fondazione Ut Vitam Habeant, ha messo in guardia dai pericoli di un disegno di legge, presentato in Senato dall’opposizione, che vuole aprire alle ostetriche la possibilità di praticare aborti, anche in assenza di un medico, nonostante i pareri negativi degli ordini professionali. «Una proposta pericolosa che non parla di prevenzione, di accompagnamento, di sostegno alla maternità né di alternative». Inoltre, secondo la denuncia di Lombardi, «ciò ridurrebbe la sicurezza clinica, trasformando l’aborto in un atto parasanitario» e stravolgendo la missione di un’ostetrica «che è una professionista del nascere». Lombardi ha inoltre svelato un paradosso dello stesso Ddl: «Riconosce apertamente che l’aborto è una pratica emotivamente stressante e fonte di profondo turbamento per chi la esegue, ma anziché fermarsi e interrogarsi, propone di coinvolgere altri professionisti per essere “funzionali” a questa pratica».
C’è però una possibile e concreta risposta: la figura dell’“Ostetrica di comunità”, un’idea già avanzata in passato proprio in seno alla diocesi di Roma ma rimasta sempre dormiente, come ha spiegato Marilisa Coluzzi, presidente dell’Ordine delle Ostetriche di Latina e già segretario nazionale della Federazione Ordini Ostetriche.

L’ostetrica di comunità lavora nei consultori e nei servizi territoriali per seguire da vicino gravidanza e post-parto, facendo da riferimento tra casa e ospedale. In gravidanza svolge colloqui, valutazioni, aiuta a interpretare esami e referti, offre indicazioni su alimentazione, attività fisica, disturbi ed eventuali segnali di pericolo. «L’idea – ha sottolineato Coluzzi – è mettere al centro la salute della donna con un modello già testato scientificamente e nato anche per rispondere a una denatalità diventata ormai strutturale. A questo si aggiunge la necessità di ovviare a una sperequazione nell’accesso alle cure, legata a condizioni di povertà, disagi e differenze geografiche. Infine, ma non per importanza – ha chiosato – serve a combattere la disinformazione che porta le donne a non conoscere i comportamenti da tenere per salvaguardare la propria gravidanza come, per fare un esempio banale ma disatteso, quello di “alcol zero”».
Una figura, dunque, tanto importante quanto attuale come dimostrano l’avvio dei primi master universitari e un disegno di legge, seppur attualmente ancora fermo, in Parlamento. In conclusione Marina Casini, presidente del Movimento per la vita italiano, ha ringraziato la diocesi e posto l’accento sull’importanza da dare anche al linguaggio: «Contribuisce a creare cultura e consapevolezza. Parlare di “grumo di cellule” o di “bambino non ancora nato” fa una differenza enorme, una differenza di vita».
30 gennaio 2026

