“Abouna” Frans, pane spezzato per il popolo siriano

Il ricordo del gesuita van der Lugt, ucciso a Homs nel 2014,all’Oratorio del Caravita. Il suo impegno per creare spazi di incontro, sanando le ferite della guerra

«Io non vedo musulmani e cristiani ma esseri umani, prima di tutto e soprattutto». Queste parole del missionario gesuita Frans van der Lugt, ucciso cinque anni fa in Siria, sono state il centro dell’incontro in suo ricordo tenutosi ieri, 29 maggio, all’Oratorio del Caravita, a cura della Finestra per il Medio Oriente e del gruppo Nuovi Martiri. Proprio in queste parole infatti c’è il compendio dei 50 anni di servizio che il padre gesuita olandese ha speso nella terra siriana, all’insegna del dialogo e dell’amicizia tra cristiani e musulmani, fino al dono ultimo del martirio, all’età di 75 anni, il 7 aprile 2014, quando viene ucciso da due colpi di pistola da parte di uno sconosciuto, nella casa dei Gesuiti dove abitava a Homs.

«Considerata la capitale della rivolta della primavera araba, Homs è una delle città più martoriate dalla guerra, che l’ha distrutta per il 70%», spiega nel suo intervento don Stefano Cascio, parroco di San Bonaventura a Torrespaccata, che tra il 2015 e il 2016 ha realizzato per Rai Cinema un documentario sulla situazione delle minoranze cristiane in Medio Oriente dal titolo “Fede e libertà”. «I cristiani in Siria, fino a un secolo fa il 30% della popolazione, rappresentano oggi appena il 5% – aggiunge -. Queste comunità soffrono per il fatto stesso di essere cristiane e ogni giorno lottano per la propria fede. Malgrado le difficoltà esterne, hanno dentro di sé una grande forza e libertà interiore». Nonostante la possibilità di essere uccisi, rapiti, sfollati, costretti a conversioni forzate, offrono una testimonianza forte di perdono e speranza nel contesto della guerra: «Malgrado ciò che hanno visto e vissuto sulla pelle, tra comunità cristiane e musulmane non c’è l’odio che si potrebbe pensare, perché tutti hanno sofferto».

A servizio di questo popolo, “abouna” Frans (“nostro padre”, come veniva chiamato in arabo) ha dato tutto se stesso: «Ha nutrito il popolo facendosi pane spezzato nella gratuità, per tutti coloro che soffrono nella martoriata Siria, per la fame e per ogni carenza spirituale e sanitaria», racconta padre Chihade Abboud, rettore della basilica di Santa Maria in Cosmedin, che dal 2010 al 2018 ha esercitato il suo mandato a Damasco come segretario del vicario generale. Il gesuita ha messo in campo le sue competenze di psicologo e psicoterapeuta per aiutare le persone ad affrontare i traumi della guerra e ha ideato progetti finalizzati a creare spazi d’incontro, tra i quali “al Ard” (la terra), un terreno agricolo divenuto opportunità di lavoro per giovani e diversamente abili, e il “Masir” (camminare), esperienza di cammino di alcuni giorni, che attirava anche più di duecentocinquanta persone ogni volta, cristiane e musulmane, in un clima di amicizia e dialogo. E per la sua gente, senza distinzioni, è rimasto fino alla fine, nonostante il rischio quotidiano di morire per la fame o per le esplosioni. «Padre Frans ha rifiutato più volte l’invito a lasciare il Paese durante il conflitto. Come il buon pastore, l’amore per le sue pecore era più grande di quello per la sua stessa vita», racconta ancora padre Chihade. «La sua testimonianza ha toccato profondamente la comunità locale» e, a seguito della notizia della sua morte, «la sua tomba è diventata come un santuario, visitato sia da cristiani che da musulmani, che vanno a trovarlo come erano abituati a fare in vita».

«Ogni giorno padre Frans camminava verso il fondamento della sua vocazione, alla sequela di Cristo sulla via della croce, con la consapevolezza della resurrezione», è la conclusione di padre Chihade. E in questa speranza ha vissuto fino alla fine, come testimoniano i suoi appunti dedicati alla Pasqua, scritti il 6 aprile 2014, il giorno prima di essere assassinato: «Ci prepariamo per La Festa… la festa del passaggio dalla morte alla vita. La vita sgorga da un abisso oscuro e coloro che sono nel buio vedono una luce radiosa. Desideriamo questa resurrezione per la Siria… ilal amam, andiamo avanti».

30 maggio 2019