Accoglienza nelle parrocchie, i parroci romani rispondono a Francesco

Le comunità della diocesi interpellate dall’invito del Papa ad aprire le porte ai profughi: «Servono aiuti burocratici». «Il Comune assegni residenza fittizia»

Le comunità della diocesi interpellate dall’invito del Papa ad aprire le porte ai profughi:  «Servono aiuti burocratici». «Il Comune assegni residenza fittizia»

All’indomani dell’appello lanciato dal Papa all’Angelus – «Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte rivolgo un appello alle parrocchie, alle comunità religiose, ai monasteri e ai santuari di tutta Europa ad esprimere la concretezza del Vangelo e accogliere una famiglia di profughi, incominciando dalla mia diocesi di Roma» – nelle parrocchie romane c’è fermento. Chiamati in causa da Francesco in modo “privilegiato”, i parroci romani, già in queste prime ore, stanno cercando di capire in che modo concretizzare l’accoglienza chiesta dal Santo Padre. Le prime parrocchie a rispondere all’appello sono, ovviamente, quelle in cui si tratterebbe solo di ampliare servizi già attivi, destinandoli anche ai profughi. «Noi – spiega ad esempio don Wladimiro Bogoni, che guida la comunità di San Giuseppe al Trionfale – potremmo organizzarci per accogliere una famiglia in tempi molto veloci, perché abbiamo già un’accoglienza: da circa 25 anni l’associazione Cilla gestisce cinque camerette di proprietà della parrocchia, in cui finora hanno trovato ospitalità genitori di bambini ospedalizzati; dal momento che a fine ottobre Cilla lascerà e noi torneremo a gestirle direttamente, potremmo certamente pensare di accogliervi anche una famiglia di profughi».

«Vedendo le immagini terribili delle migliaia di persone in fuga dalla Siria – dice allo stesso modo don Luigi d’Errico, parroco dei anti Martiri dell’Uganda – noi ci avevamo già pensato, prima dell’appello del Papa, e ne avevamo già parlato con il vescovo di settore: nella nostra struttura protetta per madri e figli “Un rifugio per Agar” potremmo ospitare una donna con un figlio, magari disabile, perché abbiamo una cameretta adatta che adesso è libera, mentre in parrocchia, se avremo gli aiuti, non economici ma burocratici, del caso, potremmo dare alloggio a una o due famiglie. L’importante – aggiunge – è che queste persone possano avere dal Comune una residenza fittizia come quella che si assegna ai senza dimora, siano iscritti all’assistenza sanitaria e, nel caso dei bambini, vengano inseriti in un plesso scolastico vicino, perché l’accoglienza dev’essere fatta come si deve».

Sulla stessa linea anche don Giampiero Palmieri, parroco di San Frumenzio, altra parrocchia che, avendo già attivo un servizio di accoglienza, potrebbe ospitare anche più di una famiglia. «La nostra parrocchia gestisce da anni la “Casa dell’accoglienza Mamre”, una struttura dove ospitiamo mamme con figli piccoli e dove potremmo prendere una mamma rifugiata, inoltre abbiamo la possibilità di accogliere una famiglia di quattro o cinque persone in un piccolo appartamento, ma ovviamente chiarendo bene modi e tempi. Un conto – sottolinea – è ospitare delle persone per un breve periodo, come fossero giovani di Taizé in pellegrinaggio, un altro è farlo per tempi lunghi e un altro ancora è farlo in emergenza, in deroga a molte limitazioni burocratiche in ragione di un’urgenza: lo faremo perciò certamente, ma per bene».

Da tutti, comunque, arriva la medesima volontà di non lasciare cadere l’appello del Papa, coinvolgendo le comunità parrocchiali, i territori e anche, qualora ci siano delle disponibilità, le famiglie dei propri parrocchiani. «Gli spazi li avremmo e ieri ne ho parlato nell’omelia – riferisce don Maurizio Mirilli, parroco al Santissimo Sacramento a Tor de’ Schiavi – e il riscontro è stato generoso; solo, aspettiamo di capire come attivarci, non avendo finora mai fatto accoglienze parrocchiali». Persino chi non ha gli spazi apprezza l’appello del Papa, come testimonia don Mario Pecchielan, parroco a San Giovanni Battista de Rossi: «Qui da noi abbiamo una piccola struttura già piuttosto “sovraffollata”, visto che la usiamo per prepararci 600 pasti che ogni giovedì sera portiamo in tre stazioni – spiega -; nel periodo invernale diventa ricovero per otto senza dimora dove, a breve, attiveremo un servizio docce. Le parole di Francesco però interpellano anche noi. Magari penseremo a qualcosa alla nostra portata».

8 settembre 2015