Al Gemelli di Roma un confronto sul fine vita fra esponenti delle religioni monoteiste, tutti concordi sulla necessità di trovare una mediazione tra tutela della vita e diritto a non essere sottoposti ad accanimento terapeutico
Sacralizzare la vita. L’Islam non ammette l’eutanasia «perché la vita ha un valore incondizionato. Nel caso di pazienti in terapia intensiva, la sharia, integrata da principi morali-religiosi ai quali si aggiungono i principi di autonomia del paziente, consente la sospensione dei trattamenti solo per evitare l’accanimento terapeutico e quando il medico è certo che la morte sarà inevitabile», precisa Fekri Abroug, medico dell‘Università di Monastir (Tunisia). Per Yahya Pallavicini, vicepresidente della Coreis (Comunità religiosa islamica italiana) occorre «sacralizzare la vita e umanizzare la morte». Nel diritto islamico, spiega, «non sono tollerabili né l’omicidio né il suicidio. È Dio a dare sia la vita sia la morte, nessuna delle due può essere considerata un male». E proprio nell’orizzonte del dialogo, Pallavicini rilancia la sua proposta all’allora ministro della Salute Balduzzi di istituire una commissione interdisciplinare con professionisti della salute e referenti religiosi, «perché attraverso il confronto tra competenze diverse si può trovare una soluzione metodologica alle sfide pratiche del fine vita».
Chiarire i termini. «Definire la linea sottile che separa l’accanimento dall’omissione terapeutica», è l’invito di Riccardo Di Segni, radiologo e rabbino capo di Roma. «Siamo tutti d‘accordo – dice – sul rifiuto dell’eutanasia e dell’accelerazione della morte di un paziente, così come sul rifiuto dell’accanimento terapeutico», ma manca «una convergenza su questioni “secondarie”, che poi secondarie non sono affatto» come quella dell’idratazione e dell’alimentazione. Sulla stessa linea il rabbino Avraham Steinberg, dello Shaare Zedek Medical Center of Jerusalem: «Proporzionalità e non proporzionalità sono parole rassicuranti ma vaghe; dobbiamo chiarire di più i termini per dare senso al dibattito. Come medici – ha scandito – dobbiamo essere molto più umili quando decidiamo per gli altri».
Qualità della cura. La qualità della cura è legata anche alla possibilità che i pazienti abbiano accanto i propri cari. Per questo Alberto Giannini (Ospedale maggiore Policlinico di Milano) sostiene la necessità di un «duplice percorso culturale»: l’inserimento delle cure di fine vita nel percorso formativo delle scuole di specialità e l’apertura dei reparti di terapia intensiva ai familiari «la cui presenza è oggi non più di due ore al giorno in caso di adulti e cinque per i bambini». Per Andrea Vicini, gesuita del Boston College School of Theology, «la tecnologia medica deve concentrarsi sul Magnetic Resonancce Imagining per avere il massimo delle informazioni sullo stato vegetativo, sul livello di coscienza del paziente e sulle sue possibilità di recupero», questioni su cui «sappiamo ancora molto poco». Nella diversità delle religioni, «i principi fondanti condivisibili sono comuni», fa notare a conclusione dell’incontro Massimo Antonelli, direttore del Centro di ateneo per la vita e della Siaarti, secondo il quale «si deve lavorare insieme per poter avere un atteggiamento, un comportamento che sia uniforme anche su “casi specifici” che travalichino le differenze regionali». (Giovanna Pasqualin Traversa)

