Alfie Evans, ancora un “no”

Confermato dalla Corte d'Appello il rifiuto del volo per Roma, nonostante il bambino sia ancora vivo: «Si continui con il piano di fine vita». L'ospedale preme per impedire l'erogazione di ossigeno

Il «protocollo di fine vita» va avanti. La Corte d’Appello di Londra ha rigettato infatti il ricorso dei genitori di Alfie Evans contro il rifiuto di autorizzare il trasferimento del bambino da Liverpool a Roma: secondo i giudici, che si sono pronunciati nel pomeriggio del 24 aprile,  nessuna circostanza avvenuta nelle ultime 48 ore ha modificato la validità del piano originario, neppure il fatto che, contrariamente alle previsioni, Alfie Evans respiri da solo. «Siamo nel pieno di un piano di cure palliative all’Alder Hey», ha affermato il giudice capo McFarlane sentenziando che non vi è alcuna base per sostenere che il precedente giudizio fosse sbagliato.Alfie dunque non può lasciare l’ospedale né gli verrà fornito di nuovo il supporto della ventilazione. Non solo: è a rischio anche la somministrazione di ossigeno che la famiglia ha assicurato in questi giorni e che i medici vorrebbero invece fosse rimossa, con conseguenze inevitabilmente drastiche per il bambino, nonostante si stia «riallenando a respirare», come ha dichiarato don Gabriele Brusco, il sacerdote italiano che ha accompagnato e assistito in questi giorni la famiglia del piccolo, ai microfoni di Tv2000. Subito dopo il giudizio della Corte, comunque, sono stati posti a presidio della struttura ospedaliera decine di poliziotti e la zia di Alfie ha fatto sapere che all’ingresso del reparto le borse dei familiari venivano perquisti per impedire che arrivassero nella stanza del bambino dei dispositivi ossigenanti. Lo stesso Tom Evans aveva raccontato, prima dell’udienza, che i sanitari avevano chiesto di rimuovere la maschera che stava dando ossigeno ad Alfie con la motivazione che essa non fosse legalmente di proprietà dell’ospedale. Precisato che la maschera utilizzata era comunque un prodotto autorizzato dal sistema sanitario inglese, gli Evans hanno domandato che pertanto fosse l’ospedale a metterne a disposizione una, per sentirsi rispondere che non ve ne erano di disponibili. Nello stesso tempo la polizia ha reso noto di monitorare tutti i gruppi di sostegno al bambino e alla sua famiglia attivi sui social network. Bloccati anche, almeno temporaneamente, alcuni profili Facebook, compreso quello di Tom Evans.

Irrilevante, agli occhi dei giudici della Corte d’Appello, anche la novità della cittadinanza italiana concessa ad Alfie per far valere il diritto comunitario e la libertà di circolazione interna alla Ue, incluso il diritto alle cure all’estero. Il diritto comunitario, ha argomentato il giudice, non può modificare il dovere della Corte di decidere sulla base del «best interest» di Alfie:  «Tutti i diritti che altri hanno, in particolare i genitori, ricadono in una categoria subalterna». E il “miglior interesse”, per la Corte, resta l’applicazione del protocollo di fine vita. Quanto alla cittadinanza italiana, la Corte ha affermato, a proposito dell’eventualità del trasferimento a Roma, che «Italia e Vaticano non hanno giurisdizione in merito alla decisione da prendere su Alfie». L’avvocato Coppel, in rappresentanza della madre di Alfie, ha ricordato ai giudici che «l’uccisione di un cittadino italiano all’estero è una questione che rientra nella giurisdizione dei tribunali penali italiani» e che pertanto il personale sanitario dell’Alder Hey Hospital potrebbe essere esposto, in caso di morte di Alfie, a essere perseguito dalla giustizia italiana. Il giudice McFerlane ha chiesto se vi fossero al momento dei contenziosi penali aperti dalla magistratura italiana (facendo intendere che solo in quel caso si sarebbe considerata la cosa), ricevendo per risposta un “no”. Su questo punto però la battaglia legale potrebbe proseguire. In udienza, peraltro, è stata avanzata la possibilità, in ambito britannico, che il padre di Alfie denunci tre medici dell’ospedale che si occupano del figlio per cospirazione finalizzata all’omicidio.

Per il giudice King, «c’è un consenso generale sul fatto che Alfie stia morendo e l’evidenza consiste nel fatto che è improbabile che provi dolore ma che ogni cosa che gli permetta di apprezzare la vita, anche il semplice tocco della madre, è stato distrutto irreversibilmente». Di parere opposto la famiglia, così come sul tema della resistenza del bambino al distacco della ventilazione automatica. I legali dell’ospedale sostengono infatti che «nessuno ha detto alla famiglia che Alfie sarebbe morto subito o prima dell’alba. Nessun medico avrebbe potuto». «Ammettiamo che questo sia un tentativo tutto in salita ma non accettiamo che si dica che quanto sarebbe successo dopo il distacco della ventilazione fosse incerto», la replica dell’avvocato di Tom. A dimostrazione, la famiglia Evans ha pubblicato sui social i resoconti giornalistici delle udienze dei mesi scorsi, nelle quali i medici affermavano che Alfie sarebbe vissuto «just a few minutes» (solo qualche minuto) e che la morte sarebbe arrivata in modo abbastanza veloce («quite quick»), sospendendo la ventilazione.

Alla Commissione Ue è arrivata intanto un’interrogazione urgente firmata dalle eurodeputate Silvia Costa e Patrizia Toia sul caso di Alfie Evans, nella quale si chiede «un’azione decisa da parte dell’Unione europea. Per Costa, in questi giorni in stretto contatto con i legali della famiglia Evans, il governo italiano, la rappresentanza diplomatica italiana nel Regno Unito e l’Ospedale Bambino Gesù, «l’Alta corte britannica ha negato ad Alfie il diritto di ricevere cure e prestazioni sanitarie in un altro Stato membro dell’Unione, come richiesto dai suoi genitori, così violando i diritti fondamentali dell’Ue e la libera circolazione dei pazienti nel territorio dell’Ue». La richiesta indirizzata «ai commissari competenti» è di «sottoporre con urgenza il provvedimento giudiziario britannico all’esame della Corte di giustizia dell’Unione europea». È «una pagina triste per l’Europa – commenta ancora Silvia Costa – se un cittadino europeo deve ricorrere alla cittadinanza di un altro Stato membro per far valere dei diritti di cui è già titolare in quanto cittadino del Regno Unito, e quindi ancora di uno Stato membro. L’Ue costituisce infatti uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia senza frontiere interne e garantisce ai suoi cittadini una libera circolazione al suo interno, specialmente ai più deboli, come ci ricorda la direttiva 24/2011 sull’assistenza sanitaria transfrontaliera».

26 aprile 2018