Allarme bullismo, serve un ascolto “attivo” con i figli

Importanti il dialogo e l’empatia, approfondire i vissuti e le emozioni. I rischi legati all’uso improprio dei social e alla tendenza ad estremizzare le differenze tra le persone

Quando io e una mia collega siamo stati scelti per parlare di bullismo e cyberbullismo, in una scuola, ai genitori di alunni delle medie, abbiamo iniziato a riflettere su cosa poteva essere di reale aiuto ai nostri ascoltatori. Il primo passo per comprendere il fenomeno del bullismo e dei suoi aspetti correlati è la conoscenza del mondo degli adolescenti.

Per i ragazzi “essere presi in giro” durante il percorso scolastico è un’esperienza difficile da evitare: essere scherniti e subire prepotenze per una caratteristica personale vista dall’altro come diversa fa parte delle dinamiche che si innescano nel periodo dell’adolescenza, e in particolare nella fase (tra i 10 e i 14 anni) in cui si cerca la propria identità sociale, confrontandosi con i pari all’interno del gruppo. Da una parte viene dato seguito al bisogno di appartenere e di condividere con i propri coetanei, dall’altra inizia un processo di mediazione tra i propri bisogni interni e le esigenze sociali. In questo senso il conflitto ha una valenza “costruttiva”: fare i conti con le proprie peculiarità, con ciò che gli altri vedono e pensano in modo differente è parte integrante nella costruzione dell’identità.

Parallelamente a questi processi c’è il consolidamento dell’identità sessuale e di genere: la convinzione stabile di appartenere all’uno o all’altro sesso e di identificarvisi. Parte di questo processo è il compito di integrare la nuova sessualità con l’affettività in un insieme armonioso. Insieme a questi compiti, l’adolescenza ha anche un altro obiettivo: la formazione dei sistemi motivazionali, del bagaglio dei valori e della progettualità futura.

Se tutti questi elementi si inseriscono nel normale percorso evolutivo dei ragazzi, cosa è il bullismo? Quando, da episodi singoli di conflitto e “presa in giro”, assistiamo a comportamenti aggressivi intenzionali e ripetuti allora parliamo di vero e proprio bullismo. Si crea una dinamica in cui sono sempre presenti vittima, persecutore e spettatori. Si innesca un meccanismo per cui c’è un forte squilibrio di percezione del potere da parte degli attori in gioco. La vittima sente di non avere valore e, nel suo percorso di ricerca di un’immagine stabile di sé e di autostima, può scontrarsi con il bullo che, invece, nella stessa ricerca di identità tende a sovrastimare le sue competenze e a sentirsi più forte e sicuro attaccando chi percepisce più debole.

Il bullo, inoltre, si mantiene nella sua posizione di persecutore quando gli spettatori dei suoi comportamenti, non agendo in alcun modo, confermano la validità della sua condotta. La conseguenza, in assenza di un intervento, per la vittima e il bullo è l’irrigidirsi progressivo dei ruoli: da una parte sempre più isolamento e profonda tristezza per la vittima e dall’altra un’escalation di violenza del bullo prigioniero del suo ruolo nel gruppo dei pari. Meccanismi complessi in cui entrano in gioco diversi aspetti: da un lato, una componente personale legata al vissuto dell’adolescente e delle sfide che affronta a scuola e in famiglia, dall’altro una componente sociale, mediata dagli adulti di riferimento (genitori, insegnanti, social network e opinione pubblica).

Quest’ultimo aspetto ha una rilevanza d’eccezione riguardo al bullismo: la tendenza, nella società di oggi (che include inevitabilmente i social network come esempio di modalità relazionali), ad estremizzare le differenze tra le persone, a definire categorie inferiori/superiori, giuste/sbagliate, è terreno fertile per il moltiplicarsi di comportamenti denigratori e violenti dei ragazzi nei confronti di altri coetanei che identificano con questa o quella caratteristica che sono convinti sia elemento di giustificata discriminazione.

Si crea, quindi, una pericolosa confusione per cui la discussione sulla necessità di condannare comportamenti violenti e lesivi ai danni delle vittime di bullismo, spesso conduce alla radiografia della vittima, alla ricerca di quella sua caratteristica (orientamento sessuale, nazionalità, stato sociale, comportamenti, profili social, pensieri e opinioni) che rende quel comportamento violento comprensibile fino a renderlo giustificabile. In tal modo si perde di vista il reale obiettivo, ovvero quello di sostituire un comportamento persecutorio nei confronti dell’altro con il rispetto. Nel rispetto dell’altro è compresa la possibilità di non essere d’accordo e di scegliere quanto condividere del proprio tempo e delle proprie esperienze.

Oggi assistiamo anche ad una forma di bullismo con caratteristiche peculiari legati all’era digitale, il cyberbullismo. Il meccanismo alla base di questo tipo di condotta si veste di alcuni aspetti specifici. In prima analisi lo spazio dove si svolge la scena: i social network, un luogo non fisico abitato da una platea di persone di numero superiore a quelle presenti a scuola o nel gruppo di amici. Il secondo elemento è il tempo in cui l’azione si svolge: non essendo necessaria la presenza fisica non ci sono nemmeno limiti di tempo in cui l’aggressione può essere perpetrata.

Il tema dell’identità, come visto in precedenza, è centrale in adolescenza e nel cyberbullismo ancora di più poiché la propria identità può essere celata dietro ad uno schermo con falsi nomi e inventandosi identità parallele: ciò amplifica nelle vittime il senso di inadeguatezza di mancanza di via d’uscita. Nel cyberbullo, poiché non vede gli effetti delle sue azioni, il rischio è di sottostimare ancora di più la gravità dell’azione e svalutarla in quanto messa in atto dalla sua identità on line. Quello che viene sottovalutato dai ragazzi che fanno un uso non consapevole di internet è l’impatto, tutt’altro che “virtuale”, delle parole, delle foto e dei video che postano in rete: le emozioni di chi subisce cyberbullismo sono “reali” e possono diventare un peso difficile da sostenere.

Gli adulti, in particolare i genitori, hanno davanti a loro un compito molto complesso nell’affrontare i figli adolescenti: essere una guida attenta nel percorso di vita dei ragazzi e allo stesso tempo saper mantenere la giusta distanza per renderli via via più autonomi. Cosa può aiutare i genitori in questo arduo compito? Gli adolescenti imparano a relazionarsi con gli altri prendendo come riferimento il modo con cui gli adulti (genitori, altri familiari, insegnanti, allenatori) si relazionano tra loro e con loro. Il modo di comunicare con i propri figli può fare la differenza: promuovere nel rapporto con loro una comunicazione basata sul rispetto e sull’attenzione a quello che dicono è il primo passo. Sentirsi accettati nei loro modi di essere, dagli adulti di riferimento, diventa una cassa di risonanza per l’accettazione che i ragazzi proporranno ai loro coetanei.

Il clima nel quale questo tipo di dialogo può avvenire è quello dell’esplorazione e dell’empatia: approfondire i vissuti e le emozioni che i ragazzi mostrano, imparando a osservare sia la realtà dal loro punto di vista, che mantenendo uno sguardo adulto che possa cogliere le difficoltà e la confusione che i figli sperimentano. Un ascolto fatto attivamente, che presuppone il compito (per chi ascolta) di sintonizzarsi in modo sempre accurato con la comunicazione dell’altro: riassumere ciò che i figli dicono per essere certi di aver capito; rispecchiare (nominandole e chiedendo se è così) le emozioni che mostrano e fare attenzione alla comunicazione non verbale (atteggiamenti, discrepanza tra parole dette ed emozione mostrata) sono alcuni modi di promuovere una comunicazione efficace.

Queste riflessioni mi hanno fatto tornare alla mente alcuni adolescenti che ho incontrato nel mio lavoro di psicoterapeuta. L’elemento che, in particolar modo, li colpiva era il sentirsi compresi e non giudicati nel loro spazio terapeutico: a partire da questa sensazione si davano il permesso di parlare del loro mondo e delle loro paure e debolezze scoprendo, in molti casi, che le loro convinzioni (essere strani, non capaci, inadeguati) potevano essere messe in discussione. Tornati a casa, mi raccontavano, ricercavano spesso un dialogo con i genitori fatto di maggiore attenzione e ascolto, attivando un circolo virtuoso di comprensione e scambio. Genitori, che proponendo al figlio di prendersi uno spazio per sé di terapia, hanno modellato positivamente la possibilità di chiedere aiuto e di ammettere le proprie difficoltà, senza per questo diventare “sbagliati”. (Guido Palopoli, psicologo psicoterapeuta).

15 marzo 2019