«Alzare gli occhi, mettersi in viaggio e vedere», alla scuola dei Magi

Nella Messa per la solennità dell'Epifania, il Papa ha invitato a riscoprire la preghiera di adorazione, per riscoprire in Dio «una gioia nuova», guardando in modo nuovo problemi e angosce

Alla scuola dei Magi per imparare ad adorare Dio, meditando su tre atteggiamenti: «Alzare gli occhi, mettersi in viaggio e vedere». È la riflessione che il Papa ha sviluppato nell’omelia della Messa celebrata nella basilica vaticana per la solennità dell’Epifania. Un’adorazione che, ha affermato Francesco, «non è un fatto immediato: esige una certa maturità spirituale, essendo il punto d’arrivo di un cammino interiore, a volte lungo». Perché il rischio è quello di «sbagliare obiettivo»: gli idoli invece di Dio. «Nella nostra epoca è particolarmente necessario che, sia singolarmente che comunitariamente, dedichiamo più tempo all’adorazione, imparando sempre meglio a contemplare il Signore. Si è perso un po’ il senso della preghiera di adorazione, dobbiamo riprenderlo», ha detto il pontefice. E come fare? Anzitutto occorre «alzare gli occhi», come chiede Isaia: «È un invito a mettere da parte stanchezza e lamentele, a uscire dalle strettoie di una visione angusta, a liberarsi dalla dittatura del proprio io» senza «fare dei problemi e delle difficoltà il centro della propria esistenza. Ciò non vuol dire negare la realtà – ha spiegato il Papa -. Si tratta invece di guardare in modo nuovo i problemi e le angosce, sapendo che il Signore conosce le nostre situazioni difficili, ascolta attentamente le nostre invocazioni e non è indifferente alle lacrime che versiamo». Una «gratitudine filiale» che apre il cuore all’adorazione. In caso contrario, «la paura invade il cuore e lo disorienta, dando luogo alla rabbia, allo smarrimento, all’angoscia, alla depressione». Quando «alziamo gli occhi a Dio, i problemi della vita non scompaiono, no, ma sentiamo che il Signore ci dà la forza necessaria per affrontarli». Questo porta a scoprire «in Dio una gioia nuova».

Occorre poi, sull’esempio dei Magi, mettersi in viaggio, cosa che «implica sempre una trasformazione, un cambiamento. Dopo un viaggio non si è più come prima. Non si giunge ad adorare il Signore senza passare prima attraverso la maturazione interiore che ci dà il metterci in viaggio». In questo senso «i fallimenti, le crisi, gli errori possono diventare esperienze istruttive. Col passare del tempo, le prove e le fatiche della vita – vissute nella fede – contribuiscono a purificare il cuore, a renderlo più umile e quindi più disponibile ad aprirsi a Dio. Anche i peccati, anche la coscienza di essere peccatori, di trovare cose tanto brutte». Come i Magi, «anche noi dobbiamo lasciarci istruire dal cammino della vita, segnato dalle inevitabili difficoltà del viaggio. Non permettiamo che le stanchezze, le cadute e i fallimenti ci gettino nello scoraggiamento».

Infine, vedere. Ma i Magi, «di fatto, che cosa videro? Videro un povero bambino con sua madre». Tuttavia, «seppero trascendere quella scena così umile e quasi dimessa, riconoscendo in quel Bambino la presenza di un sovrano. Furono cioè in grado di vedere al di là dell’apparenza». Per adorare il Signore, ha concluso il Papa, «bisogna vedere oltre il velo del visibile, che spesso si rivela ingannevole». Al contrario di Erode e dei notabili di Gerusalemme, nei Magi prevale un «realismo teologale» capace di giungere a comprendere «che Dio rifugge da ogni ostentazione. Il Signore è nell’umiltà, il Signore è come quel bambino umile» e «questo modo di vedere che trascende il visibile, fa sì che noi adoriamo il Signore spesso nascosto in situazioni semplici, in persone umili e marginali. Si tratta dunque di uno sguardo che, non lasciandosi abbagliare dai fuochi artificiali dell’esibizionismo, cerca in ogni occasione ciò che non passa, cerca il Signore».

7 gennaio 2021