Alzheimer, l’importanza di fare rete

In occasione della Giornata mondiale, il 21 settembre, la psicologa Emanuela Menichetti fa il punto sulle problematiche dell’accompagnamento

In occasione della Giornata mondiale, il 21 settembre, la psicologa Emanuela Menichetti fa il punto sulle problematiche dell’accompagnamento, fatto di comprensione e pazienza

Sono circa 26 milioni in tutto il mondo i malati di Alzheimer; più di 600mila in Italia. Più in generale, le persone affette da una forma di demenza nel mondo sono 46,8 milioni e la cifra pare destinata a raddoppiare ogni 20 anni, come si legge nel Rapporto mondiale Alzheimer, arrivando a 131,5 milioni nel 2050. In Italia sono 1 milione e duecento le persone colpite da questa malattia degenerativa che colpisce le cellule celebrali provocando la progressiva perdita delle funzioni cognitive, a partire dalla memoria. È dedicata a loro la Giornata Mondiale dell’Alzheimer, il 21 settembre.

«Spesso – spiega la psicologa e psicoterapeuta Emanuela Menichetti, responsabile del progetto promosso dalla Fondazione Isal sull’umanizzazione delle cure dell’anziano in ambito ospedaliero – sono i familiari i primi a rendersi conto di comportamenti strani, anomali». La persona affetta da demenza inizia a manifestare sintomi che non considera importanti e «troppo spesso sia lui che la famiglia li trascurano». Un esempio? «Non ricordare più parole semplici e avere la sensazione di averle sempre sulla punta della lingua, oppure dimenticare di aver preparato un pasto o iniziare a vestirsi con il cappotto in estate, o ancora, cosa frequente, mettere degli oggetti nel posto sbagliato».

Quando arriva la consapevolezza della malattia, spesso sia i malati che i familiari si trovano smarriti. È importante invece, avverte Menichetti, avere il sostegno di una rete di esperti, dal geriatra al neurologo, allo psicologo, per essere accompagnati nei vari stati di avanzamento della malattia. «Non è facile – continua – per un coniuge o per un figlio non essere riconosciuto e personalmente ho accompagnato in questo lungo percorso tante famiglie, vedendo quanta sofferenza ma anche quanta bellezza c’è in chi ha scelto di abbracciare questo cammino con consapevolezza. Consapevolezza dell’importanza della persona di cui ci si deve prendere cura e del bisogno di dover essere aiutati e sostenuti. Il familiare non deve essere lasciato solo ed è necessario che lui stesso si accorga di tale necessità».

E «importantissimo» diventa anche l’atteggiamento da tenere con la persona malata, fatto di comprensione e pazienza «Bisogna ricordarsi – sottolinea ancora la psicologa – che una carezza di un familiare e una voce anche se apparentemente non riconosciuta portano con sé il potere di un legame forte costruito durante la vita. Ero alle prime armi quando una suora che mi dicevano non ricordare più nulla scoppiò in un pianto di gioia quando le feci sentite “Exultate Jubilate” di Mozart e mi disse che tutti nella sua famiglia erano musicisti. Ecco, questo mi ha allargato lo sguardo!».

 

18 settembre 2015