A Roma cresce l’imprenditoria straniera e dà lavoro a 35mila italiani

Lo studio di Cna World ed Eures. Il 98% delle risorse reinvestito in Italia. Imprenditori stranieri più giovani degli italiani (30-49enni) e mediamente istruiti. Spiccano bengalesi, cinesi e egiziani di Redattore Sociale

Cresce l’imprenditoria straniera a Roma e diventa sempre più un’opportunità occupazionale anche per gli italiani. Sono infatti 35mila i lavoratori italiani alle dipendenze di un imprenditore immigrato nella Capitale. A sottolinearlo è uno studio realizzato da Cna World ed Eures che, con il contributo della Camera di Commercio, hanno condotto la ricerca “Imprenditori e cittadini di questa città” su un campione di 400 imprese. Dall’indagine emerge che a lavorare nelle imprese straniere sono nel 73 per cento dei casi cittadini immigrati (97mila addetti) ma non mancano anche i connazionali: pari al 26,7 per cento del totale (35mila addetti). Il 49,3 per cento delle imprese intervistate è composto dal solo titolare (61,8 per cento tra le edili, 55,7 per cento nei servizi e 48 per cento nel commercio); mentre il 42,3 per cento è costituito da realtà di piccolissime dimensioni (2-5 addetti) ed il restante 8,5 per cento da imprese con oltre 5 addetti.

Lo studio traccia anche un identikit dell’imprenditore straniero: nella maggior parte dei casi si tratta di un uomo di età compresa tra i 30 e 49 anni (più giovane degli imprenditori italiani) con un livello di istruzione medio alta. Il 18,8 per cento è composto da laureati e il 58 per cento da diplomati. Chi fa impresa proviene soprattutto da Paesi extra Ue: le nazionalità più rappresentate sono quella bengalese, cinese ed egiziana (soprattutto nel commercio e nei servizi di accoglienza) e dell’Europa dell’Est (soprattutto nell’edilizia). Nel 50 per cento dei casi si tratta di ditte individuali, ed è nella ristorazione che si trovano le realtà più grandi, con una media di 3 addetti.

Dall’indagine del Cna emerge inoltre che le risorse economiche acquisite attraverso l’attività di impresa vengono reinvestite in Italia, una somma pari al 98,2 del totale (soltanto l’1,8% nei Paesi di origine). L’82,1 per cento del campione dichiara inoltre di non aver inviato denaro nel Paese di origine nell’ultimo anno (97 per cento tra quanti non vi hanno alcun familiare, che scende al 45,7 per cento e al 28,6 tra quanti vi hanno figli o coniugi). Il canale più utilizzato per inviare denaro nel Paese di origine è costituito dai servizi di money transfer (60,3 per cento delle indicazioni), cui seguono i diversi “canali informali”, quali i familiari (36,5% che sale al 50% tra gli imprenditori Europei), gli amici (17,5%) o il trasporto personale in occasione di viaggi nel Paese di origine (6,3%). Soltanto il 4,8% invia denaro tramite istituti bancari e solo l’1,6 per cento tramite società finanziarie (13,3 per cento e 6,7 per cento tra gli imprenditori asiatici).

Oltre l’80 per cento del capitale necessario alla costituzione delle imprese straniere di Roma risulta costituito da risparmi personali, accumulati grazie al lavoro in Italia (69 per cento) e nel Paese di origine (13,3 per cento). Soltanto il 10,1 per cento del capitale proviene dal sistema bancario, cui hanno fatto ricorso più frequentemente le imprese della ristorazione (14,8%) e del commercio (11,7%). Non manca una piccola parte che ha fatto ricorso a circuiti illeciti: il 5,1% del campione dice di aver ricevuto prestiti da privati e l’1,5% da soci o investitori. Ed è proprio il rapporto con le banche l’argomento su cui gli imprenditori intervistati chiedono maggiori tutele (24,4%).

Per quanto riguarda la Pubblica amministrazione: quattro su dieci giudicano positivo l’atteggiamento delle istituzioni locali di fronte alla loro iniziativa imprenditoriale; tre su dieci negativo e tre mostrano un giudizio neutro. I giudizi più positivi verso gli enti locali provengono per lo più dalle aziende aperte tra il 2003 e il 2007. Nonostante 6 imprese su 10 (il 61%) indichino nel 2013 una flessione del fatturato, non si riscontra alcuna contrazione in termini occupazionali, La quasi totalità del campione dichiara, inoltre, di essere “molto” o “abbastanza integrato” nella vita economica italiana e in quella sociale e culturale. A dichiararsi più integrati, gli immigrati che risiedono stabilmente in Italia da oltre 20 anni e le donne. Sono, infine, gli imprenditori provenienti dal continente americano a sentirsi più spesso in credito con il nostro Paese (23,5 per cento), così come gli immigrati presenti in Italia da oltre 20 anni (18,3 per cento), gli over 50 (17,6%) e le donne (18,3%). Al contrario, una sensazione di maggiore gratitudine e di “debito” verso l’Italia si rileva tra gli imprenditori europei (16,4%), tra quelli di immigrazione più recente (17%) e tra i più giovani (18,8%).

10 aprile 2014

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