Agnese Allegrini, dalla pallavolo al badminton

L’atleta italiana è la prima ad avere centrato il traguardo della qualificazione olimpica in questa disciplina. In 34 dalla nostra provincia saranno a Pechino di Daniele Piccini

Agnese Allegrini è la prima giocatrice italiana di badminton ad aver centrato lo storico traguardo della qualificazione olimpica. Nata nel 1982 a Roma – città che alle prossime Olimpiadi sarà rappresentata da ben 34 atleti, un vero primato tra tutte le province italiane – ha iniziato la sua carriera militando nel B. C. Vignanello, attualmente vive e si allena in Danimarca, ma non vede l’ora di farsi vidimare quel biglietto aereo acquistato a maggio, quando la sua qualificazione, dopo tanta fatica, è stata ufficializzata. La destinazione? Pechino, naturalmente.

Come hai cominciato a praticare il badminton?
Fino a 16 anni ho vissuto a Vignanello, in provincia di Viterbo. Ho cominciato a giocare a badminton per caso: un tedesco si è trasferito a Vignanello per lavoro. In Germania il badminton è uno sport molto conosciuto, a differenza dell’Italia. È stato lui a diffondere questo sport nel mio paese. Io praticavo già pallavolo e atletica: mia madre insegnava educazione fisica alle scuole medie. Quando avevo 10 anni è morta e io, per distrarmi dalla tragedia, mi sono rifugiata nel badminton. Vincevo tutte le gare e quindi ho lasciato la pallavolo e l’atletica. A 14 anni ho fatto il mio primo torneo internazionale. A 16 anni sono stata convocata in nazionale e mi sono trasferita a Santa Severa, dove si trova il Centro di preparazione olimpica. Ho provato a qualificarmi per Atene 2004 ma non ci sono riuscita, mancando la qualificazione per poche posizioni. Da febbraio del 2007 mi sto allenando in Danimarca dove credo di aver fatto il fatidico “salto di qualità”.

Quali sono state le tue vittorie più belle?
Le vittorie più belle sono state quelle che ho ottenuto da 2 anni a questa parte. Ho maturato esperienza e sono cresciuta, sia tecnicamente che tatticamente. Bella la vittoria in Iran (“Iran Fajr International Series 2008”, ndr) e anche la semifinale vinta in Uganda (“Uganda International 2008”, ndr). Quei tornei sono stati determinanti per assicurarmi il pass per Pechino.

Tra tante vittorie avrai pure vissuto qualche delusione sportiva, no?
Grosse delusioni non ne ho mai provate. Il badminton in Italia è ancora uno sport minore e io sinceramente non potevo fare più di quanto ho fatto, anche se pretendo sempre moltissimo da me stessa e cerco di non accontentarmi mai.

A Pechino avrai la grande responsabilità di essere la prima giocatrice italiana di badminton a un’Olimpiade. Sei emozionata, spaventata, ti senti sotto pressione?
Non sono né spaventata, né particolarmente emozionata. Per quanto riguarda la pressione, beh, è proprio contro di essa che lotto da quando sono bambina. L’allenatore della nazionale italiana è un cinese e in Cina purtroppo si gioca per vincere, a tutti i costi, quindi in un certo senso sono allenata a fare fronte a questo problema. Comunque pratico quotidianamente la meditazione per cercare di mettere da parte tutti i “valori” che le persone che ho incontrato hanno cercato di impartirmi, del tipo “se vinci sei qualcuno, se perdi non sei nessuno”.

Quali sono state le tappe fondamentali della tua qualificazione olimpica?
Mia madre mi ha trasmesso la passione e l’entusiasmo per lo sport. A lei devo praticamente tutto, perché senza la passione non si ottiene niente, specialmente in uno sport come il badminton. È stato senz’altro fondamentale il mio trasferimento in Danimarca, dove tutt’ora mi alleno da più di un anno con Kenneth Larsen, ex allenatore della nazionale danese. Con lui ho imparato a giocare a badminton nel vero senso della parola: prima rincorrevo il volano, adesso uso di più il cervello. Se gioco in un punto del campo, posso prevedere al 90% le mosse del mio avversario, comportarmi di conseguenza agendo più velocemente.

Sei una sportiva, giri il mondo e vedi cose che molte tue coetanee possono solo sognare. Quali sono i vantaggi di fare questo “mestiere”?
Il vantaggio di viaggiare per il mondo è scoprire nuove realtà e confrontarsi sempre con gente culturalmente diversa. E magari scoprire che a volte il tuo modo di essere si avvicina di più a quello di un indiano, piuttosto che a quello di un tuo connazionale.

Nello sport non si vince senza sacrifici. Quali sono quelli più duri da affrontare?
Lo sport a livello professionale comporta non solo un notevole sforzo fisico, ma soprattutto la rinuncia a una vita “normale”. Uno sport minore come il badminton, poi, è un sacrificio doppio. Per esempio mi sono dovuta trasferire all’estero: se sono in Danimarca è perché in Italia non c’erano le condizioni adatte per migliorare. Se per un verso è interessante conoscere paesi nuovi, dall’altro mi pesa molto il fatto di non partecipare alla vita di famiglia già da 10 anni, e di non esserci mai nel momento del bisogno. Sacrificio e testardaggine, voglia di farcela a tutti i costi e una grande fiducia in se stessi. Dare il giusto peso alle situazioni, superare innumerevoli ostacoli con pazienza e consapevolezza. Trovare un equilibrio interiore. Queste sono le difficoltà più grandi, nello sport come nella vita. In questo senso lo sport è un’ottima occasione di crescita.

13 giugno 2008

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