Al Quirino la vitalità de “Il giuoco delle parti”

Geppy Gleijeses cura la regia e veste i panni del protagonista dell’opera di Luigi Pirandello di Toni Colotta

Quando un’opera di teatro resiste nel tempo passando attraverso interpretazioni svariate, in epoche e con impostazioni diverse, dimostra di possedere una vitalità assoluta. Ne è esempio lampante “Il giuoco delle parti” di Luigi Pirandello, che torna in scena, da martedì al 29, dopo allestimenti più o meno «storici», nella stagione del Teatro Quirino reimpostata secondo le linee dettate dal neogestore Geppy Gleijeses. È lui stesso a vestire i panni di protagonista del copione pirandelliano, curato qui per la regia da Egisto Marcucci ed Elisabetta Courir.

Al di fuori di questa, non c’è forse altra creazione del grande drammaturgo in cui il «giuoco», nell’intrico di sentimenti dei tre personaggi centrali, tocca un’astrattezza di sconcertante modernità, ai confini dell’assurdo. Nel triangolo marito-moglie-amante, che Pirandello ereditava dall’invecchiata convenzione della drammaturgia borghese, il marito separato, Leone, accetta anzi esaspera l’esigenza di un duello (allora ammesso) con un bellimbusto che ha offeso la moglie, sia pure scambiandola per un’altra donna. Ma Leone parimenti esaspera la logica necessità che a battersi in duello sia l’amante. Lui, Leone, può uscirne perché «ha capito il giuoco» e si è disperatamente chiuso in un’astrazione dalla quale ormai «guarda» la vita. Vittoria amara, calata da Pirandello nell’ambiguità del grottesco.

9 novembre 2009

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