«Anita B», il dolore del dopo-Shoah

C’è un «dopo» nei sopravvissuti, quasi sempre altrettanto doloroso. Faenza lo racconta come sa fare, con chiarezza, pulizia narrativa. Il monito che lancia è netto, e il film ben si presta ad un utilizzo duraturo di Massimo Giraldi

In questa settimana (e in parallelo con la celebrazione della Giornata della memoria il 27 gennaio) esce il film Anita B, diretto da Roberto Faenza. «Quanti film sono stati realizzati sulla Shoah? – si chiede il regista -. Tanti. Qualcuno dice forse addirittura troppi. Ma pochissimi sono stati prodotti sul “dopo”, cioè affrontando la vita dopo la morte». Siamo nel 1945, la guerra è terminata solo da un mese. Anita, adolescente di origini ungheresi sopravvissuta ad Auschwitz, è accolta dall’unica parente rimasta viva: Monika, sorella del padre, che però non gradisce essere chiamata zia e fa capire di vivere l’arrivo di questa nipote come un peso.

Monika vive a Zvikovez, paese tra le montagne della Cecoslovacchia non lontano da Praga, con il marito Aron, il figlioletto Roby e il fratello di Aron, il giovane Eli. In quel villaggio dei Sudeti, in precedenza occupato dai tedeschi, i nazisti vengono rimpatriati a forza e gli scampati trasferiti nelle loro abitazioni, mentre la tensione cresce con l’avvento del comunismo. Piena di entusiasmo, Anita si trova ben presto ad affrontare una situazione imprevista: nessuno, intorno a lei, vuole sentire parlare di nazismo, di persecuzioni, di massacri.

Il passato sembra che non sia mai esistito. La ragazza deve essere il più anonima possibile, e a Natale, fuori della porta è meglio esibire l’albero, simbolo cattolico, e tenere sotto silenzio la propria religione ebraica. Anita si sforza di ubbidire. Quando infine cede alla insistente corte di Eli e resta incinta, lui non vuole saperne di paternità e la accompagna in città ad abortire. Evitata l’operazione grazie allo stratagemma di un saggio medico cattolico, Anita esce dall’episodio più matura e pronta ad affrontare il viaggio verso la Palestina. Conviene ricordare che all’origine c’è un racconto di Edith Bruck, Quanta stella c’è nel cielo, dove si descrive la quotidianità di Anita in un ambiente fortemente ostile, quasi fosse una colpa l’essere stata deportata.

«Ho voluto aggiungere B ad Anita – dice Faenza – in omaggio al cognome della scrittrice». Il cuore drammaturgico del copione è dunque detto: come se persecuzioni e uccisioni di massa non fossero bastati, è esistito nei sopravvissuti un «dopo», quasi sempre altrettanto doloroso, angoscioso, inspiegabile. Un male che resta «dentro», una spina che punge l’equilibrio, blocca la voglia di tornare alla vita. È il percorso sconvolgente vissuto da Primo Levi e da tanti come lui. In questo drammatico contesto, Anita prova a passare e a guardare oltre, a compiere «un viaggio verso il passato con un solo bagaglio: il futuro». Faenza racconta come sa fare, con chiarezza, pulizia narrativa. Il monito che lancia è netto e diretto, e il film ben si presta ad un utilizzo largo e duraturo.

20 gennaio 2014

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