Cambiare si può? No… si deve

di Fabio Salviato

Il sistema economico si trova in una fase di crisi preoccupante: crescono i disoccupati, soprattutto giovani (il 48% delle donne sotto i 40 anni ed il 25% degli uomini), le fabbriche chiudono sia perché la domanda ristagna sia perché faticano a ricevere credito dal sistema bancario. Si tratta di una crisi che si potrà facilmente risolvere, nei prossimi mesi? No, assolutamente no: per bene che possa andare ci vorranno almeno una decina d’anni per uscire da questa crisi, ma – e questo è essenziale, a determinate condizioni – se non riusciremo a seguire un percorso di “uscita controllata”, rischieremo di ritrovarci nei prossimi 10 anni all’interno di una crisi economica, sociale, ambientale, difficilmente governabile.

L’economia è in riserva, tutti gli indicatori volgono al rosso, per primo il petrolio, cioè l’energia che fa girare il sistema economico. Ce ne sarà, secondo le ricerche più benevole, fino al 2050, ma già nel 2020 il prezzo del barile sarà destinato ad schizzare in alto con conseguenze molto pesanti sull’intera economia. Le imprese sono costrette già oggi a delocalizzare per cercare manodopera a costi bassi, ma per quanto riguarda l’energia sembra che non ci siano ad oggi grandi alternative.

Eppure questa è la prima condizione da soddisfare, cioè ricercare fonti di energia che possano risultare alternative al petrolio, e che possibilmente non inquinino l’ambiente. Perché anche l’indicatore ambiente è in rosso e non possiamo permetterci di inquinare l’atmosfera, che già presenta problemi rilevanti relativamente al buco dell’ozono e al riscaldamento del pianeta.

Le alternative ci sono, e sono già ampiamente utilizzate. L’energia più democratica è quella che proviene dal Sole, si trova in tutto il pianeta, soprattutto nelle fasce più calde, e può essere raccolta e trasformata attraverso i pannelli fotovoltaici. Un’altra fonte di energia che non inquina è il vento, gli olandesi piazzano le pale eoliche nell’oceano e queste funzionano di giorno e di notte. Un gruppo di scienziati ha recentemente calcolato che se coprissimo il 5% del nostro pianeta di pannelli fotovoltaici potremo fornire energia su tutto il pianeta.

Io dico: è sufficiente coprire i tetti delle nostre case, dei capannoni industriali, delle scuole e degli edifici pubblici, e se vogliamo anche qualche parte di deserto, per realizzare il miracolo di non essere più dipendenti dal petrolio. L’anno scorso la Germania ha prodotto energia proveniente dal Sole che corrisponde a 4 centrali nucleari, in Italia abbiamo fatto il nostro piccolo miracolo producendo energia pulita che equivale ad 1 centrale nucleare: di questo passo entro il 2030 potremo essere autosufficienti.

Oltre alla nuova produzione è fondamentale ripensare anche lo spreco in atto. Pensate che in Svezia una casa consuma quattro volte in meno di una casa italiana, eppure in Svezia c’è più freddo d’inverno e quindi le spese dovrebbero essere maggiori. Va quindi ripensato il modo di costruire case che siano meno energivore e con migliori sistemi di isolamento. Riqualificare in Italia un patrimonio immobiliare di 20 milioni di alloggi comporterebbe una creazione di nuovi posti di lavoro, non solo nella fase di ristrutturazione, ma nella realizzazione di tutti i prodotti collegati: lavatrici, elettrodomestici in generale, cucine, lampadari ecc…. che potrebbero consumare il 25% di quello che consumano oggi.

Anche sul riciclo ci sarebbe molto da fare, riciclare l’80% dei prodotti comporterebbe, tra l’altro, non solo un costo inferiore per lo smaltimento, ma la rigenerazione di materie prime molto importanti quali la carta, i metalli in generale, la plastica, e la produzione di concime naturale per l’agricoltura dai rifiuti organici.

Sempre per quanto riguarda la lotta allo spreco, una recente inchiesta condotta dal prof. Segrè, preside della facoltà di Agraria di Bologna, ha dimostrato che attraverso una gestione più attenta dei prodotti che i supermercati “scartano”, per scadenze molto ravvicinate, si potrebbero recuperare prodotti capaci di fornire cibo a 44 milioni di persone, insomma, una buona fetta del popolo Italiano potrebbe mangiare gratis.

In pratica produciamo quasi il doppio di quello che consumiamo, naturalmente pagando due volte quello che consumiamo: una volta perché il prezzo del prodotto che acquistiamo tiene conto dello scarto, la seconda perché il prodotto scartato viene distrutto e quindi il supermercato paga il prezzo dello smaltimento che va naturalmente ad aggiungersi al costo finale del prodotto che acquistiamo.

Un altro punto importante è: verso quale economia dobbiamo orientarci? Effettivamente possiamo decidere con il portafoglio come orientare la nostra impresa, possibilmente acquistando prodotti biologici, soprattutto italiani: siamo infatti i primi produttori in Europa con più di 1 milione di ettari di terreno coltivato senza l’uso di pesticidi. Bisogna orientarsi verso un’economia che dovrà essere leggera, dovrà rivedere la propria politica dei trasporti: su rotaia, centri chiusi al traffico, auto elettriche o che utilizzino carburanti ecologici, fino ad arrivare all’idrogeno. Si dovranno realizzare Piani di Transizione economica in ogni città, che possano prevedere emissioni di PM10 Zero o prossime allo zero.

Questa dovrà essere la nuova economia: molta ricerca, molta sperimentazione, ritorno alla campagna, creazione di lavori nuovi e diversi. Un’economia leggera a basso impatto ambientale, con un consumo sostenibile dell’ambiente. Un’economia che porterà a una qualità della vita migliore, in cui potremo avere più tempo per noi stessi, e sviluppare la cultura, l’arte, lo spettacolo.

Economisti come Amartya Sen e Jeremy Rifkin, già la prevedono questa nuova economia. Lo steso professor Stefano Zamagni, della Fcaoltà di economia dell’Università di Bologna, prefigura lo sviluppo della società civile, il recupero delle relazioni, delle comunità, dell’auto-aiuto e della solidarietà, un’economia dal volto umano che permetterà di essere più solidali, e sicuramente più felici. Oggi queste proposte non sono solamente possibili, ma necessarie se vogliamo garantire ai nostri figli ed alle prossime generazioni un futuro migliore.

22 aprile 2011

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