Carta di Treviso, carta straccia?

Un quindicenne a Roma uccide i genitori. «Tragedia della follia», scrivono i media, dimenticando il protocollo d’intesa che li impegna al rispetto del minore di Angelo Zema

Quel ragazzo che ieri pomeriggio, nel cuore di Roma, ha ucciso i genitori, era seguito da anni da un professionista per il suo disagio interiore. Ma non è bastato. Era solo, con i mostri che si portava dentro. Erano soli i genitori, con il loro fardello. Soli i fratellini, ormai orfani. Nulla possiamo dire da lontano che non rischi la banalità o il trito ripetersi delle parole ormai tardive. “Tragedia della follìa”, hanno detto i media, come ogni volta. “Un raptus”. “Una famiglia normale”. Come ogni dramma che si consuma dentro le mura di una casa e viene sbattuto sulle prime pagine, prima di finire il giorno dopo nel dimenticatoio.

“Raptus”. «Un’assenza che ne compone molte altre», specificava un convegno di qualche anno fa, dedicato proprio a questa parola e a tutto ciò che le ruota attorno. «Un istante – spiegava un uomo che aveva ucciso la moglie – o se vogliamo una frazione di secondo in cui la mente perde il suo contatto con il reale normale e si avventura in una dimensione di tutt’altra portata. Ciò avviene, o almeno questo è il mio caso, perché a monte di questa perdita di contatto c’è stata una limatura, giorno dopo giorno e non so a quanto tempo e a quanti episodi attribuire questa limatura della coscienza e della integrità degli elementi positivi che mantengono in equilibrio il sistema nervoso…». Una sorta di metastasi interiore, graduale, fino a quel momento, in cui si è come “rapìti” fuori da se stessi. E il male annidato dentro di noi esplode. Anche quando si nasconde dietro l’apparente “normalità”.

E così ieri, a 15 anni, quel ragazzo ha brandito un’arma e ha sparato. Contro chi gli ha dato la vita. E poi armato, sul tetto del palazzo. E poi muto, di fronte a se stesso e al suo dramma. E noi, muti. E noi, ostinati, a non dirne il nome di battesimo. E neppure l’iniziale.
Lui è ora in un centro di accoglienza. Solo, con la sua dignità. E tutti sanno il “suo” nome.

Eppure, amici lettori, sapete, quando si sta per acquisire il titolo di giornalisti, insegnano che così non si fa. Eh no, non si fa. All’esame professionale da giornalista pongono anche le domande sulla Carta di Treviso. Il documento «che impegna i giornalisti italiani a norme di comportamenti deontologicamente corrette nei confronti dei bambini e dei minori in genere». Cosa dice? Dice per esempio che «al bambino coinvolto – come autore, vittima o teste – in fatti di cronaca, la cui diffusione possa influenzare negativamente la sua crescita, deve essere garantito l’assoluto anonimato. Per esempio deve essere evitata la pubblicazione di tutti gli elementi che possono portare alla sua identificazione, quali le generalità dei genitori, l’indirizzo dell’abitazione o il Comune di residenza nel caso di piccoli centri, l’indicazione della scuola cui appartenga». Ma quante volte viene rispettata? Dov’è – in quel nome di battesimo dell’omicida insistentemente pubblicato oggi sulla stampa, in quei particolari inutili resi noti tante volte, in casi analoghi, che accadono anche in piccoli centri – quel «rispetto per la persona del minore, sia come soggetto agente, sia come vittima di un reato», esplicitato nel protocollo d’intesa? Dov’è quel rispetto che «richiede il mantenimento dell’anonimato nei suoi confronti, il che implica la rinuncia a pubblicare elementi che anche indirettamente possano comunque portare alla sua identificazione»? La Carta di Treviso è forse carta straccia?

19 ottobre 2005

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