Chiesa e spiritualità: Aipd, «Ancora pochi disabili nelle parrocchie»

La catechesi delle persone con disabilità anche gravi al centro del convegno “Diversi da chi? L’altro come risorsa”. Celani (Aipd): «Ancora difficoltà ad essere accolti nelle comunità ecclesiali» di Redattore Sociale

Le persone con disabilità come membri attivi della Chiesa cattolica, non solo come soggetti da accudire e di cui prendersi cura con carità. La scoperta del valore anche nelle persone con handicap molto gravi. Un’integrazione più profonda anche all’interno delle parrocchie. Sono stati questi i temi al centro del convegno “Diversi da chi? L’altro come risorsa”, organizzato sabato 7 giugno dall’Aipd nella sede di Radio Vaticana. «Dopo aver pensato ai bisogni primari, poi all’autonomia, abbiamo deciso di affrontare il tema della spiritualità, anche grazie a un’affermazione di Papa Francesco», ha detto in apertura dell’evento Giampaolo Celani, presidente di Aipd (Associazione italiana persone down) di Roma, ricordando come, a stimolare questa riflessione sia stata la frase di Francesco “Chi sono io per giudicare?”, seppure pronunciata tutt’altro contesto, sempre in riferimento a un altro tipo di diversità. Celani ha sottolineato come il Papa abbia detto che la pienezza non è in contraddizione con una condizione di dolore e sofferenza, che il cuore semplice è una risorsa di umanità, e tuttavia «come i disabili intellettivi abbiamo difficoltà a essere accolti nelle parrocchie».

Vittorio Scelzo, della Comunità di Sant’Egidio, ha poi fatto un’excursus sul tema del riconoscimento dei diritti dei disabili, individuando come «passaggio culturale fondamentale» la firma della convenzione Onu del 2006, per «l’approccio centrato sul riconoscimento dei diritti e della dignità delle persone con disabilità», che impone di «non offrire a titolo di carità cosa è dovuto come giustizia». La convenzione è oggi «un potente strumento di tutela nella vita dei disabili – ha sottolineato Scenzo -, quasi tutti ricorsi per l’assistenza scolastica sono basati su essa». Il responsabile sul tema della disabilità per Sant’Egidio ha ricordato che già a partire dagli anni ’60 i “Disability studies” interpretavano la disabilità come frutto dell’interazione tra deficit e barriere messe dalla società: «Si è più o meno disabili a partire dalla società che include o meno». Per questo «la risposta alla condizione di deficit deve essere di tipo sociale, non medico». Alla società il compito di «garantire i diritti in maniera non paternalistica». Scelzo ha infine sottolineato come «il superamento del pregiudizio delle persone con disabilità intellettiva, nasce dall’umanesimo cristiano che riconosce in ogni uomo, a prescindere dal suo deficit, l’impronta della somiglianza divina».

E tuttavia, è stato sottolineato nell’incontro come risulta ancora più facile trovare ragazzi con disabilità nelle scuole piuttosto che nelle parrocchie: «Perché è ancora difficile accogliere disabili nelle comunità ecclesiali? Papa Francesco ci lascia intendere di non aspettare di “essere pronti” per ascoltare il vangelo», ha detto Scenzo. Evidenziando come questa può essere la risposta a chi si chiede: “Ma non ho i catechisti formati come faccio?” «Il problema e l’accoglienza. Quando sarà trasformata in amicizia, dopo si farà la formazione». Mostrando la famosa foto del bambino gravemente disabile che abbraccia Papa Francesco, Celani ha ricordato la frase che una donna durante l’evento aveva detto alla madre del ragazzo: «Suo figlio è qui per mostrare alla gente come si ama». «Questa la vocazione sociale anche di persone anche con disabilità gravissima, ha detto, insegnare all’amore».

9 giugno 2014

Potrebbe piacerti anche