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Collaboratori della Chiesa nell’annuncio del Vangelo

Paolo, anche dalla prigione, continua ad inviare lettere. Non si sente solo nella sua fatica apostolica, ma continuamente travasa la sua esperienza personale nel seno della Chiesa, accogliendo insieme l’aiuto e la testimonianza dei fratelli in Cristo.

È straordinario, in questa prospettiva, il piccolo biglietto a Filemone, nel quale Paolo si rivolge appunto a Filemone, chiamato «nostro caro collaboratore», alla sorella Appia, ad Archippo ed alla comunità che si riunisce nella loro casa, per presentare la situazione dello schiavo Onesimo fuggitivo, ma ora disposto a ritornare sui suoi passi.

Paolo si definisce nella lettera «vecchio e ora anche prigioniero in Cristo» (Flm 9). Il biglietto potrebbe essere stato scritto a Roma, oppure, secondo altri studiosi, in una prigionia efesina della quale gli Atti non hanno conservato memoria. Questa seconda ipotesi è stata avanzata a motivo del fatto che Filemone è un colossese e un invio della lettera da Roma presupporrebbe un lungo tragitto dell’epistola. Certo è che l’apostolo, comunque lontano e in carcere, sente il suo legame personale ed ecclesiale con le diverse comunità e a queste si rivolge, per venire in aiuto della difficile situazione in cui versa lo schiavo Onesimo.

Paolo non solo ha dei fratelli nelle lontane chiese da lui fondate, ma ne ha altri che gli sono vicini anche nella prigionia. La finale della stessa lettera a Filemone contiene i saluti che Paolo rivolge. Ed egli non è solo a ricordarsi di Filemone e degli altri colossesi, ma: «Ti saluta Epafra, mio compagno di prigionia per Cristo Gesù, con Marco, Aristarco, Dema e Luca, miei collaboratori» (Flm 1,23-24).

Come il lontano Filemone, così anche i fratelli che sono compagni di prigione con lui o comunque vicini a Paolo in catene, vengono chiamati synergoí, “collaboratori”. Paolo utilizza questa espressione molte volte nel suo epistolario. Essa ha innanzitutto una qualificazione teologica: si tratta di una collaborazione che non è semplicemente una vicinanza puramente affettiva a Paolo in quanto persona, ma è un servizio svolto a partire da una chiamata che proviene da Dio stesso ed esercitata con la grazia e la forza del Signore.

Nel suo epistolario, Paolo afferma esplicitamente di se stesso, utilizzando la stessa espressione «Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio» (1 Cor 3,9). E ancora «E poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio» (2 Cor 6,1), ma attribuisce poi lo stesso titolo ad altri: «Abbiamo inviato Timoteo, nostro fratello e collaboratore di Dio nel vangelo di Cristo, per confermarvi ed esortarvi nella vostra fede» (1 Ts 3,2).

Un secondo aspetto del termine è che esso indica delle persone che svolgono un servizio che è ecclesiale, che è un servizio di comunione nella chiesa. Essi non semplicemente aiutano Paolo a titolo personale, perché gli è cara la figura dell’apostolo, ma sono “collaboratori” poiché gli è cara la Chiesa stessa. Proprio la preposizione syn, “con”, contenuta nel termine synergoí (“coloro che lavorano insieme”) indica espressamente questa loro caratteristica.

Ma essi vivono questa fatica in una prospettiva missionaria, perché ogni uomo possa giungere ad ascoltare e ad accogliere il Vangelo del Signore Gesù. “Collaboratori” sono espressamente chiamati Aquila e Priscilla (Rm 16,3) che hanno annunciato il Vangelo nelle diverse città in cui erano giunti, dopo l’espulsione da Roma avvenuta a motivo dell’editto dell’imperatore Claudio

Nel termine “collaboratore” appare così evidente sia il primato di Dio, sia la comunione ecclesiale che è il contesto di ogni servizio, sia la coscienza che la Chiesa esiste per l’annuncio del Vangelo e non per se stessa. Per questi motivi, proprio questo termine potrebbe essere oggi nuovamente utilizzato ad indicare e caratterizzare il servizio svolto nella comunità cristiana dai laici che assumono delle specifiche responsabilità nell’edificazione della Chiesa e nell’annuncio del Vangelo.

È divenuto abituale, in tempi recenti, l’utilizzo nel linguaggio comune del termine “operatori”, ma esso sembra sottolineare esclusivamente l’aspetto pratico, operativo, e, inoltre, non ha nessun radicamento nella tradizione ecclesiale. Precedentemente è stato in voga il termine “ministeri”, ma esso sembra attirare troppo l’attenzione sul servizio liturgico e, comunque, accentua una prospettiva intra-ecclesiale (alcune annotazioni per un uso non indiscriminato del termine “ministeri” sono venute dall’esortazione apostolica post-sinodale Christifideles laici di Giovanni Paolo II n. 23). L’espressione “animatori”, in alcuni casi, è stata utilizzata al posto delle precedenti, ma essa mette in ombra che è lo Spirito colui che anima la vita della Chiesa e, comunque, anche questo termine, non appartiene al linguaggio ecclesiale della tradizione.

Proprio il termine “collaboratori” è, invece, frequentemente usato nel Nuovo Testamento ed è, forse, adatto ad esprimere la ricchezza teologica del servizio svolto nella Chiesa. L’espressione è stata, nel magistero recente, utilizzata dall’esortazione apostolica post-sinodale “Christifideles laici” di Giovanni Paolo II che la utilizza nel titolo del n. 61: “Collaboratori di Dio educatore”.

21 aprile 2009