Com’è nato il commercio equo e solidale

di Fabio Salviato

Il Commercio Equo e solidale è nato in Olanda negli anni ‘70 in seguito ad un’intuizione di un gruppo di giovani ragazzi attivi in una Organizzazione non governativa (Ong), che aveva relazioni con i Paesi del Sud del mondo, in particolare il Messico. L’intuizione era molto semplice, quasi banale. Questi ragazzi, vedendo che lo squilibrio tra Nord e Sud del mondo continuava a crescere, e che le politiche di aiuti e di sostegno annunciate dai Paesi più industrializzati o dalle istituzioni preposte non riuscivano a raggiungere gli obiettivi che si erano proposti, decisero di studiare alcune possibilità, molto concrete, che avrebbero potuto permettere a queste popolazioni che vivevano in una situazione di miseria e povertà di potersi riscattare.

In effetti questi ragazzi scoprirono che molti produttori di cacao, caffè, canna da zucchero, banane,… lavoravano in condizioni difficili e non avevano un contatto diretto col mercato, ma erano costretti a vendere i loro prodotti a intermediari locali. Questi, approfittando della situazione di monopolio di cui godevano, pagavano loro un prezzo talmente basso che a volte non riusciva neppure a coprire il costo di produzione, né dei prodotti agricolo-alimentari, né di quelli artigianali, come cesti o maglioni.

Ecco che nel 1974, in un piccolo villaggio in Olanda, nacque la prima bottega del mondo. Il principio era molto semplice e chiaro: pagare ai produttori del Sud del mondo un prezzo giusto (mediamente da 2 a 5 volte il prezzo del mercato) e importare il prodotto per venderlo direttamente al consumatore finale, definito poi consumatore responsabile. In questo modo il produttore riceveva un prezzo che gli permetteva prima di tutto di vivere in maniera sobria e dignitosa, e soprattutto di provvedere allo sviluppo della propria famiglia, partendo dall’istruzione dei figli e da una prevenzione sanitaria adeguata.

Con l’evoluzione di questo primo negozio nacquero nel Sud del mondo molte cooperative e consorzi di produttori, che nel tempo si posero obiettivi ancora più ambiziosi, per lo sviluppo non solo delle proprie famiglie, ma anche delle loro comunità, iniziando a investire nella costruzione di case, nell’acquisto di mezzi di trasporto necessari per l’attività di commercializzazione, nella costruzione di strade ed infrastrutture necessarie alla popolazione stessa, e nella costituzione di cooperative finanziarie o piccole banche comunitarie.

Queste ultime erano molto importanti perché spesso i contadini o gli artigiani, per poter svolgere la propria attività, avevano bisogno di un piccolo anticipo in denaro, che non riuscivano ad ottenere dalle banche locali. Anzi molto spesso erano costretti a ricorrere al compratore/intermediario (che veniva chiamato il coyote) che nello stesso momento acquistava il prodotto e forniva un anticipo in denaro ad un tasso di interesse di usura.

In pratica questi giovani olandesi avevano capito che si doveva spezzare questo legame perverso che legava piccoli contadini o artigiani a chi li voleva sfruttare. Ecco: il commercio equo e solidale ha avuto il grande merito di spezzare questa catena per attivare circuiti virtuosi di cooperative o consorzi di cooperative che si organizzavano e si autodeterminavano e programmavano il proprio sviluppo locale.

Questo è il processo che si avviò nei Paesi del Sud del mondo, ma bisognava permettere a questi produttori di poter creare anche nei Paesi industrializzati un mercato solido di negozi capaci di commercializzare i frutti del loro lavoro. In Europa l’iniziativa partita dall’Olanda si è sviluppata in Belgio e in Inghilterra con Oxfam, in Germania con Gepa, e si è diffusa anche in Italia. All’inizio degli anni ‘80 esistevano due negozi – uno a Bressanone ed un altro a Bolzano – ma la sensibilità continuava a crescere, ed un movimento sempre più ampio di organizzazioni e persone cominciava ad organizzarsi.

Sono stato tra i primi promotori di un incontro che si è tenuto a Rovato, in un convento vicino a Brescia. Da questo punto di partenza, per circa un paio di anni, gruppi e singole persone, dal Sud-Tirolo, da Brescia, da Padova, da Treviso e da Sondrio, si sono incontrati per dare vita alla prima centrale di importazione di prodotti del commercio equo e solidale CTM (Cooperazione Terzo mondo), costituita nel dicembre del 1988.

Assieme ad Heini Grandi (presidente) ed Antonio Vaccaro, lasciai la direzione dell’ufficio import export della Safilo per contribuire a diffondere in Italia la rete di Botteghe del Mondo, e naturalmente a sviluppare la prima centrale di importazione di prodotti del commercio equo e solidale.

Il lavoro di squadra ci ha permesso di concretizzare e rendere operativo quello che era partito come un ideale. Ora in Italia ci sono 7 centrali di importazione, circa 400 Botteghe del Mondo, e anche la grande distribuzione si è accorta di questo fenomeno e in molti casi commercializza prodotti del commercio equo (attività facilitata dalla creazione del marchio di garanzia “Fair Trade”).

Si tratta di una risposta molto importante e concreta, che “mette in discussione” l’attuale sistema economico-finanziario fino alle sue radici, partendo da un concetto di redistribuzione delle risorse e non di massimizzazione del profitto. Oggi nel Sud del mondo almeno 500 milioni di persone possono pianificare il proprio sviluppo locale, grazie al commercio equo ed alla finanza etica; si tratta di un passo piccolo ma importante, che ci deve fare riflettere.

Oggi il consumatore del Nord del mondo ha la possibilità di scegliere: se non vuole sentirsi complice di un sistema di sfruttamento può “votare” anche attraverso lo strumento dell’acquisto, decidendo di consumare prodotti del commercio equo e solidale, e questo credo sia un passo importante verso la costruzione di un mondo migliore.

24 marzo 2011

f.salviato@bancaetica.com

Potrebbe piacerti anche