Con gli estremisti anti cristiani Israele è debole

Cresce l’attesa per la visita di Francesco, ma aumentano anche gli episodi di violenza a Gerusalemme e in altre zone del Paese. La Chiesa locale chiede al Governo una presa di posizione forte di Daniele Rocchi (Agenzia Sir)

“Tag mehir”, il “prezzo da pagare”: è questa la firma con la quale gruppi estremistici israeliani, religiosi ultraortodossi, coloni e attivisti di destra, siglano le loro aggressioni, minacce e atti vandalici contro luoghi di culto cristiani, musulmani e drusi, come anche contro villaggi palestinesi e arabo-israeliani, fino a colpire attivisti per la pace israeliani e lo stesso esercito.

Violenza anticristiana in aumento. Un fenomeno, in costante aumento nelle ultime settimane segnate dalla crescente attesa per l’arrivo di Papa Francesco (25 e 26 maggio), ma che risale al 2008 quando la firma appare per la prima volta. Non esistono cifre ufficiali sul numero ma si calcola che nell’ultimo anno e mezzo sarebbero diverse centinaia gli atti vandalici firmati “Tag mehir” cui hanno fatto seguito meno di 300 arresti e poco più di 150 capi di accusa. Simboli e istituzioni vengono attaccate senza nessun riguardo e con sempre maggiore virulenza: il 5 maggio scorso davanti all’ufficio dell’Assemblea degli Ordinari cattolici, presso il Notre Dame di Gerusalemme, di proprietà del Vaticano, è apparsa una scritta “morte agli arabi e ai cristiani e a tutti coloro che odiano Israele”. Qualche giorno prima, il 27 aprile, a monsignor Giacinto Boulos Marcuzzo, vicario patriarcale per Israele, era stata recapitata una lettera minatoria in cui si invitavano i cristiani a lasciare la Terra Santa prima del 5 maggio. Altri attacchi sono stati condotti nel santuario di Tabgha sul lago di Tiberiade, dove sono stati profanati la croce e l’altare. In una moschea nel nord di Israele, invece, è stata rinvenuta una scritta: “Chiudere le moschee ed aprire lo yeshivot” (seminario di studi ebraici). Episodi che hanno sollevato un’ondata di solidarietà verso i cristiani e le Istituzioni colpite ma che non trovano risposte adeguate dal mondo politico israeliano e, forse, anche una seria considerazione dei fatti. Non possono bastare, infatti, gli arresti, la scorsa settimana di sette minori ebrei, di età compresa tra 13 a 15 anni, per scritte razziste in un villaggio arabo a ovest di Gerusalemme. Per un Paese che fa della sicurezza interna uno dei suoi vanti, episodi del genere ne minano l’affidabilità, soprattutto in vista della visita di Papa Francesco.

Clima avvelenato. Un aumento di provocazioni che adesso rischia di «avvelenare – come detto dal Patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal domenica 11 maggio ad Haifa in una conferenza stampa indetta proprio per denunciare le violenze – l’atmosfera di coesistenza e cooperazione» e di «colpire gravemente l’immagine dello Stato di Israele all’estero. Un affronto alla democrazia, regime nel quale Israele afferma di vivere». Il governo di Israele, ha affermato Twal, «deve preoccuparsi. Queste azioni – ha rimarcato – sollevano solo le condanne dai leader israeliani ma portano a pochi arresti». Nella conferenza stampa Twal si è detto anche incoraggiato «dal fatto che il ministro della Giustizia Tzipi Livni ha tenuto una riunione di emergenza per la lotta a questo vandalismo senza senso» e dalle parole del ministro della Difesa israeliano, Moshe Yaalon, che ha promesso “tolleranza zero” contro le violenze estremiste definite dallo stesso «terrorismo puro e semplice». Ma fin quando alle parole non seguiranno i fatti, ha precisato il Patriarca latino di Gerusalemme, «restiamo scettici». Scetticismo anche verso il reale impegno del Governo a perseguire in termini di legge i gruppi responsabili dei vandalismi, definiti dalle istituzioni israeliane “associazioni illegali”. Per il patriarca Twal, tuttavia, la soluzione del problema non si può ricondurre solo ad una questione di «legge e ordine» ma va letta anche attraverso la lente dell’educazione: «Si tratta di sapere come educhiamo i nostri figli, che cosa apprendono su coloro che hanno una religione, nazionalità o identità etnica diversa dalla loro, cosa imparano in ambienti in cui si generano giovani che commettono atti di odio e soprattutto. Preghiamo – ha concluso – affinché il governo agisca con giustizia». Anche il Custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa ha alzato la voce per esprimere «grande preoccupazione» per l’operato violento dei gruppi estremisti contro i luoghi santi cristiani e la stessa popolazione cristiana in Israele. «È difficile non notare come queste attività violente vadano intensificandosi con l’avvicinarsi della visita del Papa», ha detto il Custode di Terra Santa, che ha lanciato un appello a tutte le componenti sociali in Israele, inclusi gli apparati di sicurezza, perché «si agisca con urgenza contro questi estremisti, così da assicurare la pubblica sicurezza e la protezione dei luoghi santi cristiani in Israele».

13 maggio 2014

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